
I ricordi sono cardi che pungono rimpianti. Anche il ricordo della felicità, quando non è gioia ma nostalgia desolante della rosa appassita. Come una vertigine sull’abisso. Con un appiglio a portata di mano un equilibrio precario potrebbe trovarsi, ma la dimensione dei ricordi è da acrobata senza rete. Un tuffo nel vuoto che fa tremare il cuore, nell’infinita sospensione degli occhi distolti dallo sguardo di Medusa. Non è il sogno dai contorni sfocati che al risveglio lascia una condizione di inspiegabile serenità; che fa stare bene nonostante non si conosca il motivo della calmerìa. Non aiuta a scalare la montagna dell’indefinita tristezza del giorno dopo.
Felicità e dolore sono sentimenti soggettivi. Quante volte ci siamo sentiti morire, e invece siamo poi sopravvissuti? Quante volte abbiamo creduto di accarezzare le nuvole con l’indice, per poi scoprire la ferocia della nostra vanità?
Così come non si è felici in modo uguale, si è infelici ognuno a modo proprio. Imboccare l’uscita d’emergenza è esercizio di sopravvivenza che richiede ali da volo migratorio e muscoli allenati all’urto.
Di quanto fummo felici ce ne accorgiamo quando non lo siamo più, a incanto svanito. Forse perché la felicità è condizione eccezionale, che appare e scompare senza annunciarsi, che non saluta prima di allontanarsi con le mani in tasca. Che non si lascia scoprire: se non dopo, quando sulla sabbia rimane l’impronta dei suoi passi. O mentre si insegue tra le onde la striatura di un miraggio illusorio che approda al nulla. Alla donna che il detenuto di Lucio Dalla, in “Una casa in riva al mare”, dalla cella del penitenziario di un isolotto immagina alla finestra, sulla sponda opposta della lingua di mare che li separa, e che mai incontrerà.