Per un cimitero accessibile

Le fotografie che vedete mostrano i punti di ingresso al campo inferiore del cimitero comunale. Immaginate ora di essere su di una sedia a rotelle, o di avere comunque difficoltà nella deambulazione. Ad esempio, di essere affetti da artrosi, la patologia del ginocchio più diffusa tra gli anziani, invalidante per effetto della progressiva usura della cartilagine dell’articolazione. A coloro che si trovano in queste condizioni e hanno dei congiunti sepolti nell’area raggiungibile solo scendendo per quelle scale, di fatto, l’accesso risulta impossibile. Il problema riguarda più persone di quanto si possa immaginare.
La commemorazione dei defunti può diventare occasione propizia per discutere di una questione vissuta con sofferenza dai tanti che, anche nel resto dell’anno, vorrebbero recarsi nel cimitero per portare un fiore, un lumino, per recitare una preghiera sulla tomba dei propri cari.
In via informale ho talvolta affrontato l’argomento con qualche amministratore comunale e sinceramente confidavo in una sensibilità che andasse oltre la semplice constatazione dell’esistenza della criticità. Eppure, i cimiteri sono strutture comunali obbligatorie e luoghi pubblici che dovrebbero garantire l’accessibilità anche a coloro le cui capacità motorie sono ridotte o nulle.
Affinché il diritto alla mobilità sia reso effettivo, occorrerebbe pertanto eliminare le barriere architettoniche mediante la realizzazione di rampe dotate di corrimano, oppure con l’installazione di un ascensore o di un montascale, in modo da garantire il collegamento tra la zona alta e quella bassa del cimitero. D’altronde, esistono fondi riservati proprio agli interventi necessari per assicurare alle persone con problemi di deambulazione l’accessibilità a strutture pubbliche e private.
Le amministrazioni comunali spesso sottovalutano l’impatto positivo che possono avere sulla qualità della vita di una comunità opere neanche tanto costose, ma certamente molto più utili di molte cattedrali nel deserto, delle quali il cittadino non riesce a cogliere l’utilità. La vicinanza ai bisogni della collettività passa dalla soddisfazione di esigenze elementari.

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Pietro Pentimalli, il sindaco della concordia

Nell’attività di ricerca storica locale, le difficoltà più ostiche si riscontrano quando occorre reperire fonti non ufficiali, ma utilissime per la realizzazione di un affresco quanto più aderente alla realtà che si decide di collocare sotto la lente d’ingrandimento. Ciò accade perché scarse sono le informazioni disponibili al di là di quelle contenute, quando esistono, tra i faldoni dell’archivio di stato. I piccoli comuni sono spesso privi di un archivio storico, nelle biblioteche non sono custoditi i giornali e i quotidiani del passato, le pubblicazioni di autori locali risalenti nel tempo sono pressoché introvabili. A Sant’Eufemia, i terremoti hanno inoltre distrutto i patrimoni documentari delle famiglie, mentre tra gli effetti delle migrazioni va considerata anche la dispersione di molte carte private. Per tutte queste ragioni, può risultare complicato tirare fuori dal cono d’ombra personaggi storici che meriterebbero un posto d’onore nella storia della propria comunità.
Il notaio Pietro Pentimalli (18 ottobre 1869 – 31 ottobre 1950) rientra in pieno nella categoria delle illustri personalità eufemiesi trascurate proprio a causa degli ostacoli che si parano davanti a chi vorrebbe approfondirne il profilo biografico, nonostante le poche informazioni a disposizione siano sufficienti per comprendere la grandezza del personaggio e il suo impatto nella storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte.
Più volte consigliere comunale nell’ultimo decennio dell’Ottocento e assessore agli inizi del Novecento, Pietro Pentimalli fu il sindaco della rinascita dopo il disastro del terremoto del 1908. Un evento drammatico sotto il profilo umano, che ebbe ripercussioni decisive nella storia politica e amministrativa di Sant’Eufemia. La vicenda, nota, riguarda la ricostruzione del paese, attorno alla quale roventi furono le polemiche tra i due fronti contrapposti: l’amministrazione comunale eletta il 22 maggio 1910, con sindaco Pietro Pentimalli, era favorevole alla riedificazione nella nuova area della “Pezzagrande” e contava sull’appoggio del vecchio ma influentissimo Michele Fimmanò; l’altro gruppo, capeggiato dagli ex sindaci Francesco Capoferro e Antonino Condina-Occhiuto, era invece contrario e aveva tra i più agguerriti sostenitori il medico condotto Bruno Gioffré, il quale “con la sua splendida oratoria, con la facile parola di cui era dotato, accendeva gli animi degli eufemiesi, incitandoli alla resistenza”: «Più volte – ricordò il commissario prefettizio Francesco Cavaliere in un rapporto del 1918 – le campane a stormo riunirono i cittadini delle due parti, più volte stavano per verificarsi eccessi sanguinosi irreparabili». In una manifestazione, risalente al 1914, tale Pietro Crea si mise addirittura alla testa del corteo di protesta che dal Paese Vecchio si recò in “Pezzagrande” agitando un drappo nero, in segno di lutto per un trasferimento che per alcuni avrebbe significato la morte del paese.
Sappiamo come andò a finire. Grazie all’intervento del deputato reggino Giuseppe De Nava, si riuscì a superare il divieto di edificazione nel vecchio sito, per cui la ricostruzione nella nuova area non comportò l’abbandono coatto dei rioni preesistenti. L’accordo prevedeva inoltre la riconferma di Pietro Pentimalli alla guida del comune nelle elezioni del 1914.
Pentimalli fu politico tenace e tessitore dotato di un alto senso di responsabilità, caparbio nel centrare l’obiettivo etico, prima ancora che amministrativo, dell’unione e della concordia cittadina. Qualità rare al giorno d’oggi, che riecheggiano nel discorso pronunciato il 5 luglio 1914, in occasione della posa della prima pietra del nuovo palazzo municipale: «Attorno a questa pietra, come attorno ad un’ara, deponemmo, in sacrificio magnifico, tutte le nostre passioni, purificando l’anima nel più sublime ideale che arrida agli umani: l’amore della nativa terra. Sia fatidica la data che accomuna la rinascita della nostra città a quella degli spiriti composti a feconda pace».

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La profezia di Paolino Visalli

Ascoltata la sentenza del tribunale che lo condannava a diciannove anni di prigione, il 20 settembre 1852 Paolino Visalli avrebbe pronunciato le celebri parole: «Per me bastano diciannove giorni; lascio ai miei giudici il resto della pena».
Nel libro Vitaliano Visalli ed i suoi figli (1790-1860), Luigi Visalli ricostruì nel 1935 le vicende che interessarono la sua famiglia in epoca risorgimentale. Dopo il fallimento dei moti del 1848 e lo sbandamento del comitato reggino che aveva il quartier generale nei “Piani della Corona”, dove era di stanza la Terza divisione dell’esercito calabro-siculo guidata dall’eufemiese Ferdinando De Angelis Grimaldi, sugli insorti si abbatté la scure della repressione borbonica, che si tradusse in condanne pesantissime. Eccessive se si considerano contestazioni quali “avere insultato il ritratto del sovrano”, oppure essere stati trovati in possesso di un fazzoletto simile a quello dei “repubblicani”.
La famiglia Visalli, sulla scorta di accuse fumose (“discorsi contro la Monarchia regnante”) fu decimata. Vitaliano morì latitante, i figli Ottaviano (padre dello storico Vittorio) e Paolino furono condannati a diciannove anni, il figlio minorenne Vincenzo a sette. Nelle rivoluzioni e nelle controrivoluzioni accade non di rado che sotto il manto degli ideali sbandierati si nascondano, in realtà, questioni personali e private. Non sfuggivano a tale logica le accuse contro Vitaliano Visalli, probabilmente inviso a parte della popolazione eufemiese per il suo ruolo di esattore comunale. Un episodio inquietante, d’altronde, si era verificato il 13 maggio 1848, giorno in cui il sindaco Antonino Lupini era stato deposto da rivoltosi che avevano occupato il municipio alla ricerca dei registri della fondiaria, da distruggere per cancellare i titoli giuridici che giustificavano la ricchezza dei proprietari terrieri. Venuti a sapere che i registri erano custoditi da Vitaliano Visalli, i ribelli avevano addirittura tentato di incendiarne l’abitazione, prima di essere messi in fuga dalle guardie nazionali. Organizzatore di quel tumulto era stato un certo Agostino Calabrò, “sinistro ceffo di malvivente, […] pignorato per mancato pagamento delle imposte”, che nel 1850 fu l’istigatore della denuncia presentata contro i Visalli da tale Pasquale Tripodi.
Paolino era inoltre accusato di avere portato il cappello “all’italiana” (“guarnito di penna e di nastro tricolore”), altrimenti noto come cappello “alla Ernani”, dal nome del protagonista dell’omonima opera di Giuseppe Verdi. Indossato dai patrioti risorgimentali come simbolo dell’aspirazione alla libertà e all’unità della patria, il copricapo trovò più tardi la consacrazione nel quadro “Il bacio”, del pittore Francesco Hayez (1859).
E pittore era lo stesso Paolino, nato a Sant’Eufemia d’Aspromonte nel 1824 e trasferitosi a Napoli nel giugno del 1846 per frequentare la scuola di Giuseppe Cammarano, esponente della pittura neoclassica partenopea, presso la quale si era formato il fratello Rocco, prematuramente scomparso a soli ventitré anni nel 1845 e autore delle opere “San Francesco” e “Santa Filomena”, conservate oggi nella chiesa delle Anime del Purgatorio a Sant’Eufemia.
In seguito al peggioramento delle condizioni di salute del fratello maggiore Francesco, nell’ottobre del 1847 Paolino Visalli era rientrato in paese e vi era rimasto per quasi tre anni prima di ritornare a Napoli, nel tentativo di sfuggire alla reazione borbonica. Tra la fine del 1850 e l’inizio del 1852 – scrive Luigi Visalli – realizzò una cinquantina d’opere, quasi tutte andate distrutte nel terremoto del 1908.
La sua prolifica attività pittorica fu bruscamente interrotta il 16 febbraio 1852. Arrestato, fu tradotto a Reggio Calabria presso il carcere di San Francesco (l’ex convento dei frati minimi, oggi sede del tribunale per i minorenni), dove il successivo 20 settembre accolse la sentenza di condanna.
Sugli ultimi giorni di vita di Paolino Visalli, che soffriva di gravi problemi di salute, drammatica è la testimonianza recuperata dallo storico Francesco Arillotta tra le annotazioni del diario segreto del sacerdote don Francesco Pontari, nello stesso periodo ristretto a San Francesco in attesa del processo.
Il 4 ottobre don Pontari sottolineava la crudeltà dei carcerieri nel rigettare la richiesta del “moribondo” Visalli, il quale domandava di incontrare il medico eufemiese Giuseppe Oliverio, anch’egli condannato per i fatti del 1848: «Non gli fu permesso. Al tardi venne il confessore Massara; dietro essersi confessato prega il confessore d’intercedere presso il custode maggiore per il medico, ma non l’ottenne». Il 9 ottobre 1852, poco prima della mezzanotte, Paolino Visalli esalava l’ultimo respiro. Dal giorno della sua condanna erano trascorsi esattamente diciannove giorni.

*In foto, Il bacio (Francesco Hayez, 1859)

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Con Sant’Eufemia tra gli anziani della residenza sanitaria assistenziale

Sin dalla sua fondazione, tra la RSA “Mons. Prof. Antonino Messina” e l’Associazione di volontariato cristiano “Agape” perdura un rapporto speciale, che nel tempo si è consolidato grazie alla realizzazione di iniziative di solidarietà presso la struttura di via Silvio Pellico. Anche ora che non è consentito effettuare le visite come nel periodo pre-covid, sono infatti diverse le occasioni di incontro: il “Natale di solidarietà”, la Via Crucis pasquale, la Giornata Mondiale del Malato, momenti di preghiera nel corso dell’anno con la recita del Rosario.
I volontari si sentono a casa, da parte della direttrice Rossana Panarello e del personale che lavora nella struttura ci sono sempre grande disponibilità, spirito di collaborazione e un’apertura verso l’esterno che non è scontata, ma che è molto gratificante.
Anche questa volta è stato così per l’idea, sposata con entusiasmo dal parroco don Marco Larosa, di fare vivere la novena di Sant’Eufemia anche agli ospiti della struttura, alla quale la presidente dell’Agape Iole Luppino ha consegnato una statuetta della Santa Protettrice. La visita e la recita della coroncina in onore di Sant’Eufemia è stata impreziosita dalla presenza del coro polifonico parrocchiale “Cosma Passalacqua”, con il quale da diversi anni l’Agape – specialmente all’interno della RSA – opera sinergicamente. Vivere al meglio l’associazionismo significa collaborare con le realtà operanti sul territorio, portatrici di identità proprie che, messe insieme, moltiplicano gli effetti positivi delle singole specificità.
Dopo la recita della coroncina, guidata da don Marco, il salone della struttura è stato inondato dalla soave musica del Maestro Angela Luppino e dalle voci del coro parrocchiale, che ha eseguito i canti tradizionali dedicati a Sant’Eufemia: “Tutta bella, tutta pura” e “Leviam giulivi un cantico”. Un’esibizione toccante, alla quale molti anziani hanno dato un attivo e molto emozionato contributo.
Per i volontari dell’Agape i momenti vissuti nella RSA “Messina”, emotivamente forti, sono unici. “Come se qualcuno li disegnasse con cura”, ha commentato un volontario, “ma in questa occasione con una cura addirittura maggiore rispetto al solito”: «Un luogo di sofferenza si trasforma di colpo in un angolo di paradiso nel quale il canto e la preghiera diventano, per chi crede in Dio, speranza di eternità».
La struttura sanitaria è parte integrante della comunità eufemiese. Non è un luogo di morte, bensì un luogo di dedizione, di amore, di vita al di là delle difficoltà e del destino intuibile per coloro che si accingono a percorrere l’ultimo tratto di strada. I quali, proprio per questo motivo, meritano la massima considerazione. Osservando gli anziani e l’attività del personale della struttura si riesce a comprendere quanto sia orrenda l’imperante cultura dello scarto, più volte denunciata da Papa Francesco, e quanto sia inestimabile il valore di ogni singola esistenza umana.

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La musica di Vincenzo Orlando nella tradizione religiosa eufemiese

Il 31 ottobre del 2024 saranno dieci anni che Vincenzo Orlando, per tutti il “Professore Orlando”, non è più tra noi. Eppure la sua presenza nella comunità eufemiese è ancora forte, soprattutto nei giorni della novena in onore di Sant’Eufemia, per la quale ha composto l’inno “Leviam giulivi un cantico”. L’espressione pacata e i modi gentili sono stati il tratto caratteristico di un uomo mite, di un nonno affettuoso con i nipoti e interessato al loro rendimento scolastico, di un artista capace di imprimere sul pentagramma la devozione religiosa dei suoi concittadini.
Il Maestro Orlando, nato a Sant’Eufemia d’Aspromonte il 17 agosto 1926, proveniva da una famiglia umile. Il padre, Vincenzo Antonio, esercitava la professione ciabattino, mentre la madre Eufemia Panuccio era casalinga. Nella modesta abitazione di via Lupini, dove visse con i genitori e – dopo il matrimonio – con la moglie Grazia Maria Fedele, ebbe il primo incontro con la musica grazie al genitore, suonatore di corno nel complesso bandistico del paese. Alunno del maestro elementare Pentimalli nelle classi allestite all’interno delle baracche costruite dai milanesi dopo il terremoto del 1908, già a undici anni alternava i giochi con i bambini della “ruga” alle esibizioni con la banda, che ne forgiarono la passione e ne segnarono il destino.
Diplomatosi in clarinetto presso il conservatorio “San Pietro a Maiella” di Napoli (24 settembre 1964), fu clarinetto solista nella banda comunale di Acireale e I° clarinetto nel Teatro Massimo di Palermo. In Sicilia svolse un’intensa attività concertistica nell’opera lirica; successivamente si distinse come clarinettista in diverse bande della provincia reggina, in particolare a Seminara, che dopo il pensionamento costituì una delle mete preferite dei quotidiani viaggi in compagnia della moglie (per visitare la chiesa della Madonna dei Poveri), a bordo della sua inconfondibile Fiat Uno bianca. Amante dei sonetti di Ugo Foscolo, insegnò musica nelle scuole secondarie inferiori di Giffone, Galatro, Cinquefrondi, Sant’Eufemia d’Aspromonte e Palmi, dove – presso la scuola media “Milone” – concluse la carriera di docente.
La centralità della figura di Vincenzo Orlando nel panorama culturale eufemiese si rileva nel suo impegno di organista e maestro del coro polifonico parrocchiale della chiesa di Sant’Eufemia Vergine e Martire, per il quale compose le sue musiche più celebri: la “Ninna nanna” per Gesù Bambino, eseguita durante le festività natalizie; “La Desolata”, canto a due voci uguali per coro, in tre parti (“Tomba”, “Ah perché mai”, “Chiusa in cheta e oscura stanza”) e “Stava Maria Dolente”, che chiude la raccolta dedicata ai riti della Settimana Santa; le litanie del Santo Rosario. Infine, il ciclo delle opere in onore di Sant’Eufemia, tra le quali vanno ricordati i canti “Tutta bella, tutta pura” e “Da questi monti”, oltre alla toccante “Leviam giulivi un cantico”. Eseguito nel corso della messa solenne, l’inno per la Santa Patrona alimenta il ricordo del suo autore, che è indissolubilmente legato ai festeggiamenti del 16 settembre.

*La banda di Seminara nel biennio 1956-57. Dal basso, Vincenzo Orlando è il terzo da destra della seconda fila.

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Lettera aperta al sindaco di Sant’Eufemia, prof. Pietro Violi

Apprendo con soddisfazione il ripristino della viabilità in corso Umberto I, chiuso a seguito dell’incendio divampato nei giorni scorsi. Da tempo seguo con il dovuto distacco le vicende politiche paesane, non perché l’argomento non mi interessi, bensì perché non mi ritrovo nei toni spesso eccessivi del dibattito, specialmente se affidato a quello sfogatoio che ormai sono diventati i social.
A volte condivido l’operato di questa amministrazione, a volte no, come legittimamente fa ogni cittadino. Analoghe reazioni valgono per le azioni dell’opposizione. Entrambe mi rappresentano, così come rappresentano tutta la comunità eufemiese. Nell’ottica di una sana dialettica politica, preferisco gli atteggiamenti propositivi a polemiche spesso sterili e strumentali. È questo lo spirito di una proposta che mi sento di avanzare, nella convinzione di intrepretare il sentire comune.
Ha suscitato molto dispiacere la notizia della distruzione dell’abitazione che fu del dottore Giuseppe Chirico, il nostro caro “Don Pepè”: uno dei personaggi più amati nella storia eufemiese, apprezzato da tutti per le sue qualità umane e professionali.
Da consigliere comunale e da componente della Commissione toponomastica istituita su mia iniziativa, il 27 giugno del 2018 avevo protocollato la richiesta di dedicare al dottore Chirico la Pineta comunale, che non ebbe allora seguito.
Credo che oggi i tempi siano maturi e che la proposta essere presa in considerazione, almeno nella sua impostazione generale. Si potrebbe riproporre nuovamente la Pineta comunale, ma mi permetto di segnalare anche altre due opzioni: la piazzetta accanto al monumento dei caduti, che è priva di denominazione, oppure – ipotesi molto suggestiva – uno dei due lati in cui corso Umberto I divide piazza don Minzoni, laddove si svolgevano le passeggiate serali del dottore Chirico, rievocate dal professore Giuseppe Calarco nel documentario su “Don Pepè” realizzato dalla Pro Loco nel 2001: «Eravamo soliti fare la passeggiata serale. Ricordo che capitava che venisse chiamato per soccorrere qualcuno: senza scomporsi, salutava e col sorriso di sempre si allontanava per fare, come diceva lui, il suo dovere. Questo era il dottore Chirico». Ciò consentirebbe di perpetuare il ricordo del dottore Chirico in un luogo a lui caro senza cancellare la memoria del sacerdote di Ardenza, del quale proprio ieri ricorreva il centenario della barbara uccisione per mano fascista.
L’amministrazione comunale potrebbe anche determinarsi diversamente, affermando una propria prerogativa. Ma sarebbe in ogni caso encomiabile suggellare l’affetto senza tempo degli eufemiesi con l’intitolazione al dottore Giuseppe Chirico di uno spazio pubblico.

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Passeggiata storica/9

Il viaggio nella storia eufemiese, dopo avere attraversato i tre grandi rioni cittadini (“Paese Vecchio”, “Petto” e “Pezzagrande”), si conclude nei pressi della Pineta comunale con il ricordo di un eroe della Grande Guerra.

PANNELLO 9: LUIGI CUTRÌ

Luigi Cutrì, di Bruno e Maria Giuseppa Versace, nacque il 9 agosto 1869. Ad appena 17 anni si arruolò volontario nell’esercito e da sottotenente, nel 1889, prese parte alla campagna di Etiopia, guadagnando una medaglia di bronzo e l’encomio solenne del capitano Umberto Ademollo. Nel 1911 partecipò con il grado di capitano alla guerra italo-turca (o di Libia). Si distinse negli scontri che, a Derna, videro impegnati i soldati italiani agli ordini del generale Vittorio Trombi contro le truppe capeggiate da Enver Bey: impresa che valse a Cutrì il conferimento della croce dell’Ordine militare dei Savoia.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale partì volontario e fu destinato sul Carso. Con la brigata “Casale” fu impegnato sin da subito nei combattimenti per espugnare il Monte Podgora. Ferito ad una spalla il 4 luglio 1915 (Prima battaglia dell’Isonzo), fu nominato maggiore del 12° reggimento fucilieri per merito di guerra e assunse il comando del battaglione. Tornato in prima linea al termine della convalescenza, prese parte alla Quarta battaglia dell’Isonzo. Morì in combattimento, il 30 novembre 1915, “in seguito a ferita d’arma da fuoco al capo” e fu sepolto nel cimitero di Pubrida, frazione di Gorizia. Decorato con la medaglia d’argento al valor militare.

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Passeggiata storica/8

La penultima tappa del viaggio ricorda il più longevo e influente amministratore nella storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte, ma riscopre anche una pagina di solidarietà dimenticata.

PANNELLO 8: MICHELE FIMMANÒ

Figlio dell’avvocato Ermenegildo e di Isabella Misiano, Michele Fimmanò nacque il 6 marzo 1830. A 21 anni conseguì a Napoli il diploma in lettere e filosofia e la laurea in giurisprudenza, quindi rientrò a Sant’Eufemia, dove esercitò la professione forense e mosse i primi passi della sua lunghissima carriera politica nel Decurionato, l’antenato del consiglio comunale in epoca borbonica. “Secondo eletto funzionante da sindaco” nel 1854, nel triennio successivo ricoprì la carica di primo cittadino. Consigliere comunale a partire dal 1864, fu eletto consigliere provinciale dal 1868 e riconfermato in entrambe le cariche fino alla morte, avvenuta l’11 febbraio 1913. Più volte sindaco, presidente del consiglio provinciale, commissario per il dopo terremoto del 16 novembre 1894 e componente del comitato di soccorso in occasione dell’incendio che il 18 settembre 1902 distrusse il rione “Borgo”, dopo il terremoto del 1908 fu il regista della composizione della lista unitaria che, sindaco il notaio Pietro Pentimalli, promosse la ricostruzione del paese nell’area denominata “Pezza Grande”. Commendatore nell’Ordine della Corona d’Italia, ricevette innumerevoli onorificenze e fu apprezzato oratore. La pubblicazione di alcuni suoi interventi pubblici conferma il prestigio di Fimmanò nel panorama politico e culturale del tempo.

CROCE VERDE
Prima di essere intitolata a Fimmanò la strada recava la denominazione “via Croce Verde”, in onore dell’associazione volontaria di soccorso fondata a Milano nel 1899 che, in occasione del terremoto del 1908, si distinse nel sostegno alla popolazione eufemiese con la raccolta di medicinali, tende, indumenti e coperte, oltre che con l’invio di volontari e dell’Automobile Ospedale “Pompeo Confalonieri”.

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Passeggiata storica/7

Nel cuore della “Pezzagrande” (o “Pezza Grande”), la costruzione della chiesa dedicata a Sant’Ambrogio rievoca la solidarietà dei milanesi nei confronti della popolazione eufemiese dopo il terremoto del 28 dicembre 1908.

PANNELLO 7: CHIESA DI SANT’AMBROGIO

Alle prime ore del 28 dicembre 1908 Sant’Eufemia fu squassata da un terremoto di magnitudo 7,5: la scossa tellurica durò 46 lunghissimi secondi e, abbattendosi su abitazioni già colpite nel 1894, nel 1905 e nel 1907 provocò una tragedia di enormi proporzioni. Il numero delle vittime non fu mai accertato con esattezza: l’elenco stilato dall’arciprete Luigi Bagnato riporta i nominativi di 530 vittime, mentre per la giunta comunale furono circa 700. I feriti furono più di duemila, il patrimonio edilizio perduto pari all’85%.
Nei giorni successivi giunsero in paese alcuni reparti dell’esercito, la Croce Rossa Italiana, la Croce Verde e i volontari dei comitati di Livorno e di Milano. Le autorità militari stabilirono di fare sorgere un nuovo baraccamento nell’area denominata “Pezza Grande”, dove furono realizzate le strade e 1.300 baracche. A marzo del 1909 fu inaugurato l’ospedale “Milano”, così denominato in segno di gratitudine nei confronti dei soccorritori lombardi. Il comitato lombardo di soccorso costruì inoltre l’acquedotto, tre fontane pubbliche, un lavatoio coperto e una piccola chiesa (6 metri per 16), al cui interno fu collocata la statua di Sant’Ambrogio, patrono di Milano, donata l’8 maggio 1909 alla comunità eufemiese dall’allora cardinale meneghino Andrea Carlo Ferrari.
Alla fine dei lavori di ricostruzione, i milanesi consegnarono alla comunità eufemiese la bandiera del proprio comune (croce rossa su sfondo bianco), la quale, con deliberazione del 9 marzo 1909, fu adottata quale bandiera del comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte.
La chiesa di Sant’Ambrogio, nel suo aspetto attuale, è stata ricostruita intorno al 1970.

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Passeggiata storica/6

La sesta tappa ricorda un protagonista non autoctono di eventi che hanno fortemente inciso sulla storia sociale di Sant’Eufemia. Nel corso dello svolgimento della “passeggiata”, grazie alla testimonianza del nipote Gino, sono venuto a conoscenza della tragedia che si consumò durante la costruzione della linea ferroviaria eufemiese, quando il manovale trentaseienne Carlo Ciro Currao, originario di Sapri, morì scalciato da uno dei cavalli da tiro della ditta Chiuminatto. Il soprannome “i Giri”, ereditato dai discendenti, deriva dall’alterazione del nome proprio dello sfortunato operaio.

PANNELLO 6: GIACOMO CHIUMINATTO

Sul foglio di mappa del 1959 l’attuale via XXV luglio riporta ancora la denominazione “via Giacomo Chiuminatto”, nome del titolare della ditta che costruì il ponte di ferro (riconosciuto oggi “opera di archeologia industriale”) e la galleria nel tratto della linea taurense Sinopoli/San Procopio – Gioia Tauro, ricadente nel territorio di Sant’Eufemia. Nota anche come “Aspromontana”, sulla ferrovia “a scartamento ridotto” il trasporto delle merci e dei passeggeri avveniva su “carrozze automotrici” per le quali, all’inizio degli anni Trenta fu coniato il termine “Littorina”, in omaggio alla simbologia del Ventennio fascista.
Giacomo Chiuminatto nacque il 15 aprile 1884 a Bolzaneto (Genova), anche se la famiglia era di Cintano (Torino), dove è possibile ammirare Villa Aurora, sua residenza storica. Il cantiere della ferrovia, i cui lavori furono realizzati tra il 1923 e il 1927, gli fu affidato grazie all’amicizia con il gerarca e deputato Maurizio Maraviglia, nominato cittadino onorario di Sant’Eufemia in occasione dell’inaugurazione del Palazzo comunale e dell’acquedotto (marzo 1926).
Nella tradizione popolare il nome di Chiuminatto è legato ad una massima tramandata fino ai giorni nostri: “Pari u cavaddu i Chiuminatti” (o “Poti quantu o cavaddu i Chiuminatti”), in riferimento alla prestanza fisica di una persona. I cavalli da tiro utilizzati per il traino dei carrelli carichi di pietre e breccio, caratteristici per la fascia rossa legata ad una zampa, erano infatti noti per la loro straordinaria forza.
Nominato ufficiale dell’Ordine cavalleresco della Corona d’Italia con decreto del 16 settembre 1924, Giacomo Chiuminatto morì a Roma il 12 maggio 1951.

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