La maggioranza non c’è più

Prima o poi doveva accadere, perché anche l’elastico più resistente non può sfidare le leggi della fisica e alla fine si spezza. Più o meno è successo questo all’interno dell’amministrazione comunale di Sant’Eufemia. Dispiace perché la mia personale opinione è che si sia persa una buona occasione per tentare davvero di scrivere “un’altra storia”, come recitava lo slogan elettorale della lista “Leali al Paese” che nel maggio del 2012 portò alla guida del Comune Mimmo Creazzo.
Dalle cronache dei giornali abbiamo appreso i termini della questione, sulla quale non intendo in questo momento pronunciarmi anche se qualche passaggio interessa l’azione politica del Partito Democratico, del quale sono segretario e la cui costituzione, nel novembre 2013, non era di certo finalizzata a mettere il bastone tra le ruote a un’amministrazione che molti di noi avevano contribuito ad eleggere, quando ancora non esistevamo come gruppo politico organizzato.
Occorre invece sottolineare le conseguenze politiche che comporta la rinuncia alla carica di assessore espressa dai primi due eletti, Pasquale Napoli (216 voti) e Carmelo Pirrotta (183). Un totale di 399 voti su 1.255 complessivi della lista, ben oltre i 99 registrati tra i vincitori delle elezioni comunali e lo schieramento classificatosi secondo con candidato a sindaco Gianni Fedele.
Sul piano numerico, è evidente, la maggioranza non c’è più. Perché il sindaco non ha più la legittimazione del voto popolare. Senza entrare, ripeto, nel merito della questione e nell’ascolto delle diverse campane, il dato politico e inconfutabile è questo. E a nulla può servire la sicumera del sindaco Creazzo, che sul quotidiano “Il Garantista” di oggi tranquillizza i cittadini eufemiesi sostenendo che “i numeri per governare ci sono”.
Mi permetto di obiettare che i numeri non ci sono affatto. Il nostro consiglio comunale, complice una legge sciagurata – poi fortunatamente abrogata – è composto da otto membri, sette consiglieri (cinque di maggioranza e due di opposizione) più il sindaco: al prossimo rinnovo – vivaddio – i componenti saranno dodici più il sindaco.
Facendo di conto con le mani, otto diviso due fa quattro. Ci sono quindi i numeri per fare svolgere il consiglio comunale (è sufficiente la metà dei consiglieri), ma non quelli per approvare i punti all’ordine del giorno, per cui necessita la metà più uno dei consiglieri: cinque, se essi saranno di volta in volta tutti presenti. Certo, nel caso di assenze “strategiche”, anche con quattro voti a favore – quelli che sulla carta gli sono al momento rimasti – Creazzo non avrà problemi. Ma in quel caso, o nell’eventualità di un soccorso diretto proveniente dai banchi della minoranza, ci troveremmo di fronte a un quadro politico molto distante da quello deciso dagli eufemiesi quasi tre anni fa.
Anche sotto il profilo della democrazia, l’attuale situazione suscita qualche perplessità. Sempre sul “Garantista” il sindaco informa infatti che sta già facendo giunta con l’attuale vicesindaco. In due: un po’ pochi, francamente, per decidere le sorti di una comunità di oltre 4.000 abitanti.
La situazione è questa, per niente incoraggiante. Il sindaco si trova a un bivio: vivacchiare per altri due anni, magari confidando sull’aiuto della minoranza nei passaggi delicati che senz’altro si presenteranno; oppure prendere atto che è fallito il progetto politico per il quale i cittadini gli avevano espresso fiducia e trarne le conseguenze, dimettendosi e ridando la parola agli elettori.
Il cerino è nelle sue mani.

Condividi

La nevicata del ’15

«Nesci fora, miserabili!».

A oltre vent’anni di distanza sembra di sentirle ancora le parole di sfida di compare ’Ntoni Garzo al nipote Salvatore, tuffatosi letteralmente sotto il lettone dei nonni una volta scoperto del tentativo di sottrarre furtivamente dal comodino le chiavi della Panda 4×4 protagonista dei nostri testacoda notturni sulle strade innevate dei primi anni ’90. Perché la gente mormorava anche allora e all’orecchio del quasi ottantenne vucceri in pensione, ma vecchio uomo di mondo, la soffiata era arrivata tempestiva e a niente era servita l’accortezza che usavamo nel ripassare la macchina con la pelle di daino per asciugarla, prima di richiuderla nel garage.

Ho pensato a ’Ntoni Garzo stamattina, forse perché anche quella volta – come oggi – percorsi a piedi le strade del paese e in piazza mi fermai a parlare proprio con lui, personaggio mitico e simpaticissimo che noi ragazzi adoravamo, ricambiati. Se scalo ulteriormente la montagna dei ricordi rivedo invece mio fratello Mario mingherlino, incantato dal librare lieve e muto dei fiocchi e con il naso attaccato alla finestra per tutta la notte, che di primo mattino salta fuori per andare a scattare fotografie, “prima che la neve venga calpestata”.

È quello che ho cercato di fare, che molti altri come me hanno fatto, perché una nevicata così non capitava da anni e ora chissà quando ricapiterà. Ho mangiato neve e succhiato ghiaccioli, come in quel tempo lontano che di colpo si è ripresentato lungo le stradine solitarie dei Candilisi e di Crasta, nei tornanti che si arrampicano fino alla Campagnola.

E pazienza se l’incanto è durato poco: troppe jeep, molti piloti scatenati su macchine trasformate in spazzaneve, tanto che verrebbe da invocare un divieto di circolazione su mezzi a motore per “ragioni di poesia”, per non avere altra compagnia che il crocchiare della neve sotto gli scarponi, restare a guardare i merli grassi volare da un ramo all’altro, farsi illudere dal canto libero della fiumara che si gonfia e allunga il passo per giungere a valle.

Condividi

“U Burgu” in fiamme

Ninuzzo è un dodicenne vivace, che non sta fermo un secondo neanche a tenerlo legato. Sempre in giro ad armari chiacchi per le lucertole che, una volta catturate, si diverte a portare al guinzaglio. Un paio di scarpe con le ttacce che spesso toglie perché gli sono d’impaccio quando deve correre veloce per portare in salvo la frutta rubata negli orti che fanno da corona al centro abitato. Pantaloni di tarpa e maglie grosse anche d’estate: è importante essere preparati ad affrontare il freddo, quando arriverà; alla calura si può sempre ovviare rinfrescandosi con l’acqua del gurnali a Crasta tra rane, bisce, trote.
Gli piacciono gli animali, nel 1902 ce ne sono ovunque a Sant’Eufemia. Cani e gatti per strada, galline, capre da mungere ogni mattina per la colazione e le famiglie più fortunate anche il mulo nel pianterreno; in quello di sopra ci si stringe alla meglio, sei-sette ma anche di più tra adulti, bambini e anziani. L’acqua viene versata dalle bumbule riempite nelle fontane pubbliche, per il bucato si utilizzano i lavatoi di Diambra o della Nucarabella.
La sua passione sono i gatti, se ne trovano in quasi tutte le case. Vivono tra il fieno del basso e fanno da guardia alle scorte alimentari esposte alla costante minaccia dei topi. Da un po’ di tempo un pensiero occupa la sua mente dalla mattina alla sera: controllare se i gattini nati da qualche giorno stanno bene. Ogni paio d’ore afferra la lampada a petrolio e va a scovare il rifugio che mamma gatta ha rimediato in un angolo del deposito dell’abitazione in cui vive, nel rione “Borgo”.
Sono appena trascorse le tredici del 18 settembre, due giorni prima ci sono stati i festeggiamenti in onore della santa patrona: Ninuzzo appoggia a terra il lume e accade l’irreparabile. Una favilla schizza sul fieno, che prende fuoco. Quando il ragazzino se ne accorge è troppo tardi, o forse non fa neanche in tempo a comprendere quello che sta accadendo. Può darsi che la scintilla abbia portato a termine il suo tragico lavoro in un secondo momento. Con Ninuzzo già lontano. Il rapporto trasmesso al prefetto di Reggio Calabria su questo punto non è chiaro. Fatto sta che l’incendio si sviluppa rapido e le fiamme, alimentate dallo scirocco, si propagano nelle case vicine, “costituite da quattro muri perimetrali in muratura e da vari tramezzi ed impalcature in legname”. La maggior parte sono vuote perché i proprietari sono contadini impegnati nel lavoro dei campi. Proprio per questo non ci saranno vittime, ma proprio per questo l’incendio divamperà violentissimo. Due donne lanciano l’allarme, subito dopo accorrono sul posto il brigadiere e due carabinieri. Quindi si precipitano tra le viuzze del “Borgo” le autorità locali, le guardie municipali e quelle campestri, volontari giunti d’un fiato persino dalla vicina Sinopoli, allarmati dallo spettacolo drammatico delle lingue di fuoco altissime contro il cielo cobalto. Nel volgere di quattro interminabili ore l’incendio viene circoscritto, alle 21.10 al prefetto viene comunicato che le fiamme sono state finalmente domate. I soccorritori riprendono a respirare, si passano stracci bagnati a togliere cenere e fumo incrostati dai visi stanchi, si lasciano cadere a terra come in una liberazione, vinti dall’emozione e dalla fatica.
Il bollettino finale è da guerra: 7.500 metri quadrati di area urbana devastati dalle fiamme, 126 case distrutte completamente e 11 parzialmente, quasi 500 cittadini senza un tetto sotto il quale ripararsi, 141 nominativi inseriti nell’elenco delle persone danneggiate. Il presidente del consiglio provinciale, l’eufemiese Michele Fimmanò, denuncia danni per duecentomila lire, anche se il sottoprefetto di Palmi dimezza la stima della somma necessaria per coprire i costi di ricostruzione delle abitazioni e risarcire il danno per la perdita delle derrate.

Le vittime trovano ospitalità nei locali delle scuole e nelle chiese, dalla seconda notte nelle tende da campo montate dai militari dell’esercito, infine in abitazioni messe a disposizione dall’amministrazione comunale, che provvede al pagamento dell’affitto e alla distribuzione di buoni spesa per pane e pasta. Nell’immediato servono almeno 5.000 lire. Il ministero dell’Interno stanzia 1.600 lire di sussidi (più ulteriori 900 a distanza di poco tempo), altre 2.000 le invia il re d’Italia Vittorio Emanuele III affinché siano distribuite “fra gli abitanti più bisognosi”, circa 1.000 vengono invece raccolte grazie alle sottoscrizioni del “Comitato provinciale di soccorso”, composto dalle personalità più rappresentative della provincia: il consigliere di prefettura Alfredo Pacetti (delegato del prefetto), il deputato nazionale Giuseppe De Nava, il presidente del consiglio provinciale Michele Fimmanò, il presidente della deputazione provinciale Francesco Carlizzi, il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Carbone, il sindaco di Sant’Eufemia Francesco Capoferro, il presidente della Camera di Commercio Giuseppe Spinelli, il direttore della succursale della Banca d’Italia Tranquillino Squillace, il direttore del Banco di Napoli.

Come spesso accade quando la sventura si accanisce contro una comunità, si mette in moto una gara di solidarietà che tuttavia non riesce ad alleviare i disagi della popolazione colpita dal disastro. A un anno di distanza il sindaco di Sant’Eufemia è infatti costretto a richiedere al ministero dei Lavori Pubblici l’invio di un ingegnere del genio civile, affinché accerti definitivamente il danno patito dalle vittime dell’incendio e proceda alla redazione del progetto di ricostruzione di circa ottanta case, mentre ancora nell’estate del 1904 definisce insufficiente la raccolta di fondi per la ricostruzione del quartiere raso al suolo dal fuoco.

Condividi

Il Natale di solidarietà dell’Agape

Siamo contenti perché quest’anno siamo riusciti a coinvolgere nuove energie, com’era già capitato nella colonia estiva. Sabato 20 abbiamo effettuato, a gruppi, una ventina di visite domiciliari ad anziani soli o ammalati: abbiamo parlato con loro, soprattutto abbiamo ascoltato (che è la cosa che più fa piacere a chi passa da solo gran parte della sua giornata), quindi abbiamo consegnato un pensierino natalizio, che nel pomeriggio abbiamo portato anche agli ospiti della Residenza Sanitaria per Anziani “A. Messina”.

Martedì 23 ci siamo stancati e divertiti (in ogni caso più divertiti che stancati) con la “tombolata di beneficenza”: un’iniziativa molto importante per noi perché di autofinanziamento per le attività dell’associazione. La sala del ristorante “Le Macine” era pienissima e quindi siamo molto soddisfatti. Grazie a chi c’è stato e grazie a chi non c’era ma è stato lo stesso con noi e con i ragazzi che ogni anno partecipano alla colonia estiva per disabili, per lo più realizzata proprio con il ricavato della tombolata.

Mercoledì 24 abbiamo infine diviso tra due famiglie in difficoltà del paese il carrello della spesa che i nostri generosi concittadini avevano riempito nei giorni precedenti presso il Market Verdeblu.

Vorremmo fare di più, ma sappiamo di avere fatto quello che andava fatto, con le risorse che abbiamo e con l’amore che sappiamo.

Grazie a tutti

Condividi

Il resoconto della presentazione di Minita, a cura di Disoblio Edizioni

Il resoconto della presentazione del libro, a cura di Disoblio Edizioni.

(Per la casa originale, cliccare al seguente link: https://www.messagginellabottiglia.it/2014/12/santeufemia-daspromonte-presentato-il.html)

Si è svolta sabato 13 dicembre, presso la Sala Consiliare del Palazzo Municipale di Sant’Eufemia d’Aspromonte, la presentazione del libro “Minita” di Domenico Forgione (Disoblio Edizioni). Alla presentazione, moderata da Carmela Cutrì (Docente di Lettere presso il Liceo Scientifico “E. Fermi” di Sant’Eufemia d’Aspromonte), sono intervenuti: Carmelo Pirrotta (Assessore alla Cultura di Sant’Eufemia d’Aspromonte), Fabio Cuzzola/Lou Palanca (Scrittore), Salvatore Bellantone (Editore), Domenico Forgione (Autore del Libro).

Carmela Cutrì ha introdotto i lavori, ricalcando come Domenico Forgione sia uno scrittore multiforme che propone in maniera avvincente una serie di racconti dotati di grande sensibilità umana. Il suo stile narrativo ricorda molto Umberto Saba, perché mette in evidenza le figure al margine della società. Come lo definisce Antonio Calabrò nella sua prefazione, l’autore è un artista del sentimento e un artigiano della speranza.

Carmelo Pirrotta ha spiegato l’importanza della presentazione di Minita per la città di Sant’Eufemia d’Aspromonte perché con questo libro Domenico Forgione ci arricchisce tutti, evidenziando come non possa esserci crescita alcuna se non attraverso la cultura e la lettura. Il suo libro sottolinea come il cambiamento provienga da ognuno di noi, con la consapevolezza di trasmettere ai più giovani dei modelli di vita sana.

Fabio Cuzzola/Lou Palanca ha spiegato come il libro di Domenico Forgione metta in risalto un nuovo genere letterario proveniente dal mondo della blogosfera e poi diventato un libro vero e proprio. Come dice Deleuze, occorre parlare al mondo e del mondo dal microcosmo da cui si proviene, senza mai dimenticare il luogo da cui si parla. La forza di Domenico Forgione è proprio questo, l’approccio meticcio alla globalità e al linguaggio. Come Anteo, l’autore è un gigante ben radicato nella propria terra, anche da un punto di vista etico, soltanto che gli dèi lo guardano solo. Parla dei vinti, dei semplici, di coloro che sembra non facciano storia invece ne sono i tasselli essenziali. Minita è un libro di resistenza contro tutte le oppressioni e un libro di radicamento alla propria terra.

Salvatore Bellantone ha chiarito come Domenico Forgione sia uno scrittore poliedrico. Come un arcobaleno, dentro di sé ha tanti di quei colori che rendono bella la sua scrittura, capace di raccontare qualsiasi cosa. Minita narra una grande trasformazione, da una vita a un’altra, in direzione di una chiara visione delle cose, nella quale tutto sarebbe diverso se ognuno di noi facesse la sua piccola parte. Il libro propone un viaggio alla scoperta della propria vera identità, coincidente con l’urgenza di non essere più così come il sistema impone con le sue mode, ideali e reali, e con i suoi strumenti di controllo e di manipolazione. Tale ritrovamento consiste nel recupero della coscienza e dello sguardo sul mondo proveniente dalla realtà in cui si è cresciuti, senza le macchie della società dei consumi, della fretta e del capitalismo. Minita è un libro di resistenza, di ribellione a tutti gli schemi manipolanti imposti dall’alto e a tutti i costumi degenerati della nostra società. Impone la fermata del tempo del potere e dell’economia, e l’accesso a un diverso tempo nel quale c’è ancora la propria unicità.

Domenico Forgione ha chiarito come Minita sia il libro più sofferto che ha scritto, perché parla di lui senza veli. Molti degli scritti presenti nel libro provengono dal blog “Messaggi nella bottiglia”, e contiene svariati racconti: giornalistici, di storia grande e piccole storie, di personaggi locali. Il libro racconta il mio ritorno a quello che ero. È un mix di cultura alta e bassa, di ironia e dramma. Ho voluto trattare dei sentimenti umani, lasciando al lettore la libertà di farsi un’idea e di ricercare le proprie citazioni che riempiono il proprio mondo. Come direbbe De André, “in ognuno brilla una goccia di splendore”. Occorre abituarsi a vedere le cose e le persone nella loro giusta dimensione ma ciò è possibile cominciando a fare qualcosa per gli altri ogni giorno. È questa la rivoluzione di cui necessitiamo, tornare al buon senso e alla responsabilità.

Accesa infine la lanterna della Disoblio, Sant’Eufemia d’Aspromonte è stata irradiata dalla luce della conoscenza, un bagliore nella notte portatore di una diversa visione delle cose, incentrata nella convivenza e nella condivisione.

Condividi

Minita in libreria

Minita è stato il primo post che ho pubblicato sul blog, più di quattro anni fa. Oggi è diventato il titolo di un libro.

 

“Nei momenti di difficoltà ho sempre avuto l’abitudine – quasi un riflesso – di ascoltare canzoni che so a memoria e di scrivere. È stato per me naturale provare a riempire la sensazione di vuoto allo stomaco continuando a “tenermi impegnato” con quello che avevo sempre fatto: un po’ per pigrizia, un po’ perché Massimo Troisi aveva ragione ad obiettare che non se la sentiva di ricominciare da zero, sentendo in cuor suo che due o tre cose discrete nella vita le aveva comunque fatte. E anche se così non fosse, dedicarsi a ciò che procura serenità indubbiamente rappresenta per lo spirito un efficace ricostituente”.

[Dalla premessa]

“Il libro scorre veloce: l’ironia garbata, a volte pungente, invita al sorriso. La malinconia a tratti lacera, ma diventa piacevole nella speranza di un ricordo. Ricordando spera, e sperando ama; cesella distanze che sembrano infinite, unisce due rette con uno scherzo ben riuscito, colora ogni spazio bianco e diluisce quelli neri con una scolorina lirica frutto del suo ingegno.
Non appiattisce, anzi rimarca le differenze: si limita a svelare i trucchi disneyani di un mondo voluto a forza manicheo; suggella le enormi differenze tra gli uomini, tra tutti gli uomini, intingendo direttamente la penna nel suo cuore messo a nudo: non ci sono buoni e cattivi, ci sono fatti, circostanze, e persone che si trovano nella mischia, a volte senza neanche uno scudo per difendersi. La realtà è così complessa che vale la pena di essere vissuta, canticchiando Because The Night e gustando U Mangiari i San Giuseppi”.

[Dalla prefazione di Antonio Calabrò]

“E allora vedremo la bellezza di ieri, i personaggi semplici di paese, i maestri di scuola e i genitori di una volta, gli insegnanti di vita, le amicizie, i giochi, la centralità dello studio e della formazione politica; le comunità preoccupate per il destino dell’altro, gente affamata e povera, racconti di guerra, di emigrazione, di morte sul lavoro, personaggi illustri, mastri e tipi divertenti; e anche esempi di solidarietà, di condivisione, di amicizia nella disabilità, storie di bufale, leggende ed episodi fatali.
[…] Diventando Minita, Domenico Forgione non scappa via dalla nostra terra “perché sa dove andare”. Il suo compito è raccontare “i colori da dietro”, da altri punti di vista; è dire alla gente che “basterebbe cambiare prospettiva, spostarsi di sedia e occupare il posto dell’interlocutore di fronte a noi, indossare i suoi abiti, intuire le sue emozioni, le sue aspettative, le sue ansie”; è indicarle la necessità di imparare a convivere con la ragione dell’altro”.

[Dalla postfazione di Salvatore Bellantone]

Condividi

Chi non vota e chi fa l’alba al seggio

Un paio di considerazioni – mi auguro – non banali sul dato della diserzione dalle urne, costantemente in crescita e confermato anche in questa tornata elettorale.
Votare nella sola giornata di domenica non aiuta. Ragioni di spending review, si motiva. Ma a forza di tagliare anche la possibilità di esercitare i propri diritti, alla fine resterà ben poco.
Disaffezione degli elettori, sempre più delusi dalla politica, ormai rassegnati al declino che comunque fa il suo corso, nonostante i politici. O forse proprio per causa loro. Può darsi.

Rabbia generalizzata contro tutto ciò che “puzza” di casta, privilegi, furberie, arricchimento personale a discapito del bene comune. Gli esempi non mancano. Se possibilità di salvezza può esistere, si conclude, è fatica sprecata cercarla in soggetti che si scannano per una poltrona. I canali da attivare sono altri, fuori dalla politica, nella strada e nell’impegno quotidiano per un mondo migliore.
Non è semplice contestare questo genere di considerazioni. Aggiungerei anche un altro elemento, non trascurabile: il disastro del Movimento Cinque Stelle, la formazione di Grillo e Casaleggio che era riuscita a intercettare lo scontento verso la classe politica dandogli “dignità” istituzionale, in forme spesso rozze e populiste, ma che ha finito per gettare nel cassonetto dei rifiuti il biglietto vincente della lotteria rivelandosi, in definitiva, forza politica inconcludente, velleitaria, autoreferenziale.

A mio avviso sono due i fattori che concorrono al dato spaventoso e preoccupante (checché ne pensi Renzi) dell’astensionismo: lo sbandamento dei partiti di destra e il fallimento del Movimento Cinque Stelle. Insomma, la “colpa” è di chi non va a votare, non di chi si reca alle urne. Ecco perché non è corretto sminuire la vittoria del centrosinistra. Chi vuole vincere deve essere in grado di avanzare una proposta politica credibile, cosa che evidentemente il centrodestra non è al momento capace di fare, intrappolato sotto le macerie del post-berlusconismo in Italia e del post-scopellitismo in Calabria, e pertanto propenso alla diserzione o al tentativo trasformistico e opportunistico di saltare sul carro del vincitore.
A maggior ragione sarebbe auspicabile il recupero dell’umiltà della militanza politica. Quella che dava, non chiedeva e neanche si aspettava. Si militava per un ideale, perché ognuno si sentiva il granello di sabbia che avrebbe inceppato la macchina del potere. I partiti sono indispensabili cinghie di trasmissione tra la società e i luoghi decisionali, strumenti di mediazione e composizione degli interessi collettivi dai quali non si può prescindere se non si vuole tornare al conflitto permanente dello stato di natura hobbesiano.
Sono stato al seggio dalle 6.45 di domenica all’alba di lunedì e conserverò l’immagine di due ottuagenari come monito da tirare fuori quando lo sconforto cercherà di prevalere sull’etica dell’impegno. Il primo fotogramma contiene un’esile figura appoggiata per tutta la durata dello spoglio alla transenna che separava il pubblico dal seggio, da dove mi lanciava occhiate di complicità ogni volta che dall’urna veniva estratta una preferenza per il nostro candidato. Il secondo, il passo lentissimo e sofferto di un compagno storico che ha impiegato 45 minuti per scendere dalla macchina, percorrere con l’aiuto di una stampella il lungo corridoio che portava al seggio, votare e fare il tragitto di ritorno.
Anche per loro occorre andare a votare, sempre. Perché c’è stata una notte buia in cui i nostri nonni non hanno potuto godere di questo e di molti altri diritti.

Condividi

Muti, Cilea e un po’ di Sant’Eufemia sconosciuta

Le immagini della visita di Riccardo Muti al mausoleo di Francesco Cilea, a Palmi, hanno riportato alla mia mente una curiosità storica della quale forse non tutti sono a conoscenza. L’autore di Adriana Lecouvreur nacque infatti a Palmi il 23 luglio 1866, figlio dell’avvocato Giuseppe e di donna Felicia Grillo. Nelle sue vene scorreva però una parte di sangue eufemiese: quello della nonna Rachele Parisi, figlia di Francesco e Marianna Capoferro, la quale a 23 anni, il 2 giugno 1822, aveva sposato il ventottenne Francesco Cilea, medico originario di Pentidattilo. L’atto di matrimonio, redatto dall’allora sindaco di Sant’Eufemia Antonino Luppino, è conservato nel “Registro dei matrimoni” (anno 1822), presso l’Ufficio Anagrafe e Stato civile.

Un altro filo rosso che lega Cilea alle pendici dell’Aspromonte ci porta invece dritti a Nino Zucco: pittore, scrittore e scultore originario di Sant’Eufemia sulla cui opera l’8 aprile 2013 l’amministrazione comunale ha organizzato un convegno, grazie all’input arrivato da una serie di articoli e interventi che su questo blog avevano denunciato l’oblio ingiustamente calato su uno degli eufemiesi più illustri del Novecento.

Zucco fu infatti spesso ospite della casa del compositore palmese, sia a Roma che a Varazze, in provincia di Savona, dove Cilea trascorse gli ultimi anni di vita. È opera di Zucco il celebre quadro che ritrae il Maestro seduto al pianoforte. Così come il disegno a carboncino che ne riproduce il volto sofferente, a pochi giorni dalla morte.

Fu proprio grazie all’opera di convincimento di Zucco che la moglie di Cilea, inizialmente contraria, acconsentì di rilevare il calco del viso del marito per realizzarne la maschera funeraria.

A trent’anni dalla morte (1981), Zucco diede alle stampe il ricordo e il carteggio attestanti il rapporto “di profonda devozione da parte mia e di benevolenza e affettuosa amicizia da parte del maestro per me che durò fino alla sua morte” (Francesco Cilea. Ricordi e confidenze, Barbaro editore). Un’amicizia iniziata negli anni Quaranta, quando Cilea volle conoscere personalmente l’autore dell’articolo a lui dedicato dal quotidiano newyorkese in lingua italiana “Il Progresso Italo-Americano” del potentissimo Generoso Pope, sul quale a lungo scrisse anche il giornalista e critico musicale Nino Fedele, un altro eufemiese illustre.

Condividi

Forza Eufemiese

I campionati di calcio giovanili e le categorie dilettantistiche sono come il militare: periodi “mitici” che si finisce per ricordare negli anni, magari davanti a una bottiglia di vino o a una birra ghiacciata, tra vecchi eroi del tempo andato. Ancora oggi a quelli della mia generazione capita di ricordare la “lotta” tra ragazzini di 13-14 anni, in occasione delle trasferte, per salire su una Fiat 131 blu sulla quale una volta ci stringemmo in nove (più i borsoni). La nostra automobile preferita. Merito del simpatico autista che aveva sempre aneddoti curiosi da raccontare e che, puntualmente, all’altezza dell’uscita di Gioia Tauro, faceva scendere uno o due passeggeri: insomma, quelli che eravamo in soprannumero. Dall’autostrada ci arrampicavamo sul cavalcavia, lui superava in tranquillità l’eventuale posto di blocco della polizia, quindi ci riprendeva a bordo. Perfezione geometrica. La Fiat 126 bianca di Peppe Napoli, che chissà quanti chilometri ha macinato in giro per la provincia, e poi altri bolidi: la Fiat 127 rossa sulla quale al ritorno da Bagnara una volta consumammo un’intera cassetta di fragole; il “maggiolino” della Volkswagen con optional “vista sull’asfalto”, grazie a un buco nella carrozzeria coperto dal tappetino; la Citroen due cavalli, che in teoria non avrebbe mai dovuto cappottarsi: impresa realizzata dal suo proprietario, per fortuna non con noi a bordo.

Amicizie nate nello spogliatoio e intatte decenni dopo, grazie a una passione che andrebbe sempre trasformata in occasione di crescita sociale e umana, collettiva e individuale. Altrimenti non ha senso. Non so se provare tenerezza o sorridere per quelli che si creano chissà quali aspettative. Bisognerebbe invece capire che uno su trecentomila ce la fa e che la finalità di una squadra di calcio dilettantistica non è quella di creare campioni. Anche se qualcuno bravo ogni tanto salta fuori e riesce anche ad avere anche una discreta carriera. Anche se alla fine a nessuno piace perdere. No, il calcio a questi livelli e in queste realtà – come qualsiasi altra attività sportiva – è qualcosa di molto importante proprio perché va al di là della prestazione e del risultato. Vincere o perdere non è tanto questione di un gol in più o in meno. Vincere o perdere è riuscire ad essere fattore di aggregazione, trasmettere valori positivi a ragazzi che domani diventeranno adulti. Condivisione, rispetto, responsabilità e sacrificio: talenti che vanno oltre la pratica sportiva, elementi fondamentali del percorso di maturazione che ogni ragazzo vive.

Lo so che sono di parte, perché è mio amico e perché per molti anni su quella Fiat 126 bianca ci sono salito ogni settimana, per andare a volte in posti impossibili nei quali non sono mai più ritornato: Cataforio, ad esempio.

Dirigenza, allenatori e giocatori passano, ma lui c’è sempre: da almeno 35 anni dici Eufemiese (ora A.C. Sant’Eufemia) e inevitabilmente pensi a Peppe Napoli. Una passione che non ha mai flessioni, nonostante le difficoltà di un impegno gravoso anche sotto l’aspetto organizzativo. Domani inizia il campionato di Seconda categoria, che avrà tra le protagoniste l’Eufemiese (io la chiamerò sempre così): un grosso in bocca al lupo a Peppe Napoli, a mister Franco De Luca, ai collaboratori e ai ragazzi. Forza Eufemiese!

Condividi