Nel nome di Sant’Ambrogio

Un lungo filo rosso tiene insieme solidarietà e memoria, facendo rivivere una storia lontana ma viva, una prova di umanità che da oltre un secolo lega Sant’Eufemia a Milano e al culto di Sant’Ambrogio.
Il terremoto del 28 dicembre 1908 distrusse l’intero paese. Il numero delle vittime non è mai stato accertato con esattezza: l’elenco stilato dall’arciprete Luigi Bagnato si ferma a 530 vittime, che diventano circa 700 per la giunta comunale del tempo; ma secondo altre fonti, i morti potrebbero essere stati molti di più, superiori al migliaio. Duemila i feriti, una percentuale di patrimonio edilizio perduto pari all’85%.
Nella testimonianza del medico eufemiese Bruno Gioffrè il primo ad arrivare a Sant’Eufemia fu il vescovo di Mileto, Giuseppe Morabito: «Solo il primo gennaio del 1909, Capodanno tristissimo, si vide la prima faccia umana, e fu il Vescovo della Diocesi, Monsignor Morabito, con un carro di viveri e con parole di soave conforto».
Il giorno dopo giunsero i volontari del Comitato Lombardo di Soccorso. L’ingegnere Antonio Pellegrini, che redasse la relazione sul lavoro svolto dal comitato, illustrò la divisione dei compiti tra medici, ingegneri e semplici volontari: «Ingegneri e muratori alle demolizioni, all’estrazione dei cadaveri, al recupero di masserizie; medici, volontari, infermieri alla ricerca dei feriti e degli ammalati, alle medicazioni, alla disinfezione dei cadaveri. Né solo questo fu l’aiuto primo portato agli eufemiesi; la povera popolazione, affamata e lacera, ebbe in quantità pane, galletta, carne, pasta, biancheria, coperte, abiti».
Nei terreni della Pezza Grande, sui quali inizialmente erano state sistemate le tende della Croce Rossa, furono costruite tre strade lunghe 140 metri e larghe 10. Enorme fu anche il contributo della Croce Verde, la quale – oltre alle numerose casse di medicazione, medicinali, tende e coperte – aveva inviato sui luoghi del disastro l’Automobile Ospedale “Pompeo Confalonieri”: «Centro dell’ambulatorio – si legge in una relazione del tempo – era l’automobile ospedale, che con i suoi fianchi aperti e colle larghe tende, riparava i malati più gravi, ricoverava le donne ferite per le medicazioni; e sembrava dimostrare che la fraternità di Milano era venuta grande e premurosa ad allargare le sue braccia in sollievo degli sventurati».
Nel mese di marzo fu inaugurato l’ospedale “Milano”. Al completamento dei lavori, il nuovissimo rione “Città di Milano” contava 759 baracche, capaci di ospitare 2.000 sfollati. Il comitato lombardo di soccorso costruì inoltre l’acquedotto, tre fontane pubbliche, un lavatoio coperto e una piccola chiesa (6 metri per 16), al cui interno fu collocata la statua di Sant’Ambrogio, patrono di Milano, donata alla comunità eufemiese dall’allora cardinale meneghino, Andrea Carlo Ferrari.
Il 9 marzo, dopo avere ricevuto il parere favorevole dell’amministrazione comunale milanese guidata dal senatore Ettore Ponti, il commissario prefettizio Consalvo Cappelli deliberò che la bandiera della Città di Milano, Croce Rossa in campo bianco, fosse da quel giorno la bandiera del Comune di Sant’Eufemia.
Il vincolo di solidarietà e di amicizia che lega Milano e Sant’Eufemia è stato per quasi quattro decenni rinvigorito dall’attività dell’Associazione culturale “Sant’Ambrogio”, costituita nel dicembre del 1975 e promotrice sul finire degli anni Settanta del gemellaggio tra le due città. Più volte una sua delegazione ha partecipato come “ospite d’onore” alle celebrazioni ambrosiane che si tengono a Milano presso la Basilica di Sant’Ambrogio. Nell’edizione del 2001, il presidente Vincenzino Fedele ritirò, a nome dell’associazione, il prestigioso “Ambrogino d’Oro”.

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Tutto è bene quel che finisce bene

Sant’Eufemia è tornata al suo posto. Nei giorni scorsi avevo dato la spiacevole notizia della scomparsa della statuetta di Sant’Eufemia che da tre anni si trova nella chiesa di Ognissanti a Londra. Con la statua, erano anche scomparsi il piccolo altare, le piante e i fiori: un trafugamento inspiegabile, ma anche misterioso per le sue modalità.
Ad aggiungere mistero al mistero, è di oggi la bella notizia che altare, statuetta, piante e fiori sono nuovamente al centro di una delle finestre della All Saints Church New Cross.
Può darsi che chi ha commesso il furto sacrilego si sia in un secondo momento ravveduto. Chissà, forse come nel Canto di Natale di Dickens, l’avvicinarsi del Natale ha aperto il cuore del novello Scrooge.
Oppure che abbia ragione Padre Grant, il quale ha così commentato la scoperta fatta una volta entrato in chiesa: «Forse qualcuno ha avuto bisogno di averla accanto per qualche giorno, per trovare conforto nella sua presenza. Il suo ritorno è un invito a non perdere mai la speranza sulla natura generalmente benigna dell’essere umano».

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Rubata a Londra la statuetta di Sant’Eufemia

Del piccolo altare è rimasta solo l’ombra sul muro, come i segni lasciati sulle pareti del castello Voltaire dai mobili che non ci sono più, nel celebre romanzo Atlante occidentale di Daniele Del Giudice.
Accostato di lato, anche il pannello illustrativo che racconta la storia di Sant’Eufemia infonde mestizia. Spariti anche i fiori e le piante. Sparita, ovviamente, soprattutto lei, la statuetta della patrona che tre anni fa con mio fratello Mario avevamo deciso di fare arrivare a Londra (Sant’Eufemia a Londra) e che era stata collocata al centro di una delle finestre della All Saints Church New Cross, la chiesa di Ognissanti in stile neogotico distante una trentina di minuti da Trafalgar Square.
Grande accoglienza allora, sintetizzabile nelle parole di una parrocchiana della multietnica comunità di New Cross: «È bellissima, ha l’aspetto di una che ascolta. Le porterò dei fiori: tutti meritiamo di essere ascoltati».
E grande amarezza oggi, che il giovane parroco Padre Grant non ha nascosto nel momento in cui ha dovuto comunicare l’accaduto: «Purtroppo questo è il mondo in cui viviamo, dove una cosa del genere diventa accettabile, perché non sorprende».
In effetti, i tempi questi sono… Ma ci riproveremo.

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I cioccolatini della ricerca Airc 2024

Anche quest’anno l’Associazione di volontariato cristiano “Agape” di Sant’Eufemia sarà al fianco dell’Airc, che torna in 2.000 piazze per distribuire le colorate confezioni da 200 grammi di cioccolato fondente Venchi.
Nel 2023 sono state registrate in Italia 395.000 nuove diagnosi di tumore (208.000 tra gli uomini e 187.000 tra le donne), più di mille al giorno. I progressi nella ricerca rendono però più efficaci le cure e prevengono le recidive: tra il 2010 e il 2020 sono infatti aumentate del 54% le persone vive a dieci anni di distanza dalla diagnosi.
Con l’acquisto dei cioccolatini della ricerca offriamo un contributo concreto al lavoro di circa 6.000 ricercatori Airc, per rendere il cancro sempre più curabile.
Vi aspettiamo in piazza Matteotti, domenica 10 novembre, a partire dalle ore 9:00.

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4 novembre

La ricerca sugli eufemiesi che parteciparono alla Prima guerra mondiale, durata quasi quattro anni, si rivelò molto impegnativa, perché mai come allora il foglio da riempire si presentava bianco. Scrivere la biografia di ogni singolo soldato è operazione molto complessa, realizzabile soltanto incrociando i dati forniti da diverse fonti. Le informazioni sui circa 600 militari di Sant’Eufemia d’Aspromonte che parteciparono al conflitto si trovano infatti sparse tra le pagine di 257 volumi di ruoli matricolari della provincia di Reggio Calabria, da sfogliare una ad una, così come le schede contenute nei 67 cassetti dell’Ufficio notizie. Ma le difficoltà sono anche altre, ad esempio riuscire a seguire gli spostamenti delle compagnie sul fronte di guerra o individuare i paesi e le frazioni dove venivano allestiti gli ospedali da campo, la cui numerazione varia costantemente.
La ragione dello studio pubblicato nel libro Sant’Eufemia d’Aspromonte e la Grande Guerra (Il Rifugio editore, 2018) si può riassumere nella volontà di andare oltre i freddi numeri. Mi interessava ribadire la funzione etica della parola scritta in quanto atto di giustizia nei confronti degli ultimi, dei dimenticati, di coloro che attraversano la storia senza lasciare alcuna traccia. Per questo avevo bisogno di tutti quei giovani, non soltanto degli ottantotto ai quali era già stata riservata qualche riga nell’Albo d’Oro dei caduti.
Non si può comprendere il significato di quella tragedia se non si entra nei camminamenti insieme a chi li percorse allora, senza patire insieme ai fanti il gelo dell’inverno sul Carso, la fame, le condizioni igieniche aberranti delle trincee. Dei circa seicentocinquantamila caduti italiani, centomila morirono per malattia: febbri, bronchiti, polmoniti, infezioni, colera, tubercolosi, tifo, malaria, meningite, “spagnola”. A quella sofferenza volevo dare un nome e un volto, in modo da percepirla ancora viva, più vicina a chi la legge tradotta in una cifra: ventuno, il numero degli eufemiesi morti per malattia.
Ho così visto i piedi congelati di Antonino Carlo sull’Asiago e di Francesco Villari sul Pasubio, e sono stato accanto ai 130 feriti e ai 72 prigionieri nei campi di prigionia austro-ungarici e tedeschi, dove le condizioni di vita erano durissime. Giovani ammassati in baracche prive di qualsiasi forma di riscaldamento, con a disposizione una razione di cibo (una minestra con poche foglie di rapa, una patata, pochi grammi di pane) inferiore a 1.000 calorie giornaliere. La denutrizione e la scarsissima igiene provocavano l’insorgere di epidemie, il dilagare della dissenteria e uno stato di deperimento che in breve tempo portava molti prigionieri alla morte: tra questi e insieme ad altri cinque eufemiesi, Domenico Ceravolo, stroncato da un’enterite nel campo di prigionia di Milowitz, in Boemia.
I versi di “San Martino del Carso” ci toccano più nel profondo se scopriamo che, tra i morti asfissiati in seguito all’attacco chimico austriaco sul monte reso immortale dai versi di Giuseppe Ungaretti, cinque erano nostri nonni o bisnonni.
Ma mi interessava anche scoprire l’umanità che mai capitola, nemmeno tra le atrocità e l’abiezione della guerra. L’eroismo del diciottenne Antonino Tripodi, che trae in salvo cinque civili travolti dall’inondazione provocata da una piena dell’Isonzo, le commoventi cartoline di Giovanni Siviglia e Antonino Sofo, la lettera che Antonia invia al marito Giuseppe Luppino insieme ad una ciocca di capelli castani, la punizione assurda di Bruno Cammarere, reo di avere dato di nascosto del vino a un prigioniero austriaco.
Tra i soldati eufemiesi morti nella Prima guerra mondiale, undici risultano dispersi. Di loro non fu mai trovato il corpo, nessun fiore fu posato sulle loro tombe. La ricostruzione della loro tragica vicenda militare è una forma di risarcimento postumo, un modo per considerarli meno dispersi.

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La colonia estiva dell’Agape 2024

Si è conclusa nel cortile della Scuola dell’infanzia paritaria “Padre Annibale Maria di Francia” l’edizione 2024 della colonia estiva dell’Agape. Una serata di canti, balli, giochi, rustici, dolci e tanti, tanti sorrisi. Il magone alla fine resta sempre, ma anche la determinazione nel darsi tutti appuntamento alla prossima estate.
Quest’anno è stata dura, inutile nasconderlo. Ma forse proprio per questo è stato più bello riuscirci ancora, perché la forza di volontà davvero è capace di smuovere le montagne. Abbiamo fatto del nostro meglio, siamo stati ripagati dalla felicità dei ragazzi. Questo conta.
C. con le sue mille domande, R. che barcolla ma non crolla, G. che aspetta in piedi dietro la porta l’arrivo del furgone, anche quest’anno generosamente messo a disposizione dalla “Annibale Maria di Francia”. T. lo “sdraiatore”, improvvisatosi anche venditore ambulante, per la gioia di tutti. N. che ha provato senza braccioli né ciambella: «Tienimi stretto». Certo che ti teniamo stretto, basta il tuo “ciauwu” ad aprire il cuore. Bastano i tuoi occhi, quando ti abbiamo detto che era l’ultimo giorno di mare.
E poi l’esordio della sedia job ricevuta in dono, a conferma di quanto importante sia il contributo della comunità e dei privati che da sempre sostengono questa iniziativa, in silenzio o partecipando al veglione di fine anno, che di fatto finanzia la colonia. Ancora una volta a Bagnara, quest’anno in due tempi: fine luglio e fine agosto, per riuscire in qualche modo a completare due settimane.
Quest’anno siamo stati in pochi, troppo pochi, anche se tre nuove volontarie hanno avuto modo di provare questa esperienza. Ma non si può fare volontariato, così come partecipare alle attività di qualsiasi associazione, se non si è disposti a rinunciare a qualcosa. Non si tratta di coprire un buco nelle proprie vite, quanto di aggiungere qualcosa che le arricchisca di senso.
Esistono sempre validi motivi che portano altrove: impegni di lavoro e di famiglia, difficoltà ad incastrare giorni ed ore. Ma ne esiste sempre almeno uno in più per non tirarsi indietro, per esserci. E per rispondere al dolore recente degli addii di Cosimo e Angela con l’allegria di questi giorni, che a loro dedichiamo.

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La serata commemorativa in onore di Carmelo Tripodi

L’omaggio a Carmelo Tripodi, nel centocinquantesimo anniversario della nascita, è stata l’occasione per ripercorrere la storia di Sant’Eufemia d’Aspromonte tra il XIX e il XX secolo. Una comunità semplice, in prevalenza composta da contadini, braccianti agricoli e pastori, pur con la presenza di un diffuso artigianato, i cui manufatti venivano venduti nei due mercati settimanali che si tenevano in piazza Purgatorio.
Quando nacque Tripodi (28 aprile 1874), Sant’Eufemia contava poco più di seimila abitanti, concentrati nel “Vecchio Abitato”, nel “Petto” e nelle campagne, prima che il terremoto del 1908 determinasse l’edificazione della vasta area denominata “Pezza Grande”. Le abitazioni erano prive di servizi e per l’approvvigionamento dell’acqua i cittadini si servivano delle fontane pubbliche e dei lavatoi, dove le massaie facevano il bucato. Di notte regnava il buio, tranne che nelle poche strade e piazze illuminate dai circa trenta lampioni ad olio che il “lampionaio” accendeva e spegneva aiutandosi con una lunga asta. Sindaco era Paolo Capoferro, cognato di quel Michele Fimmanò che dominò la scena politica e amministrativa del paese per quasi sessant’anni.
Sin da piccolo Tripodi si appassionò alla pittura e al disegno, grazie alla frequentazione della bottega d’arte di un artista locale, Giosuè Versace. Nel 1895 si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Messina, dove seguì gli insegnamenti di Francesco Paolo Michetti, prima di fare ritorno in paese per aprirvi uno studio di pittura, di scultura e, in seguito, di fotografia. Artista poliedrico, vincitore di premi nazionali e internazionali, il valore etico della sua attività emerge nei ritratti e nelle fotografie, in particolare negli scatti unici e straordinari che documentano il disastroso sisma del 1908.
Carmelita Tripodi, nel commentare con competenza tecnica le immagini montate da Carmela Cutrì, si è soffermata sul genio del nonno, mentre dietro al tavolo dei relatori scorrevano il “Galileo Galilei”, “Cristo sulle acque”, i ritratti di alcune donne e quello del padre, le pale di un altare, l’altare monumentale della chiesa di S. Maria delle Grazie, il disegno della vecchia “Via della Fontana” (oggi via Nucarabella) e quello della “Varia”.
Marzia Tripodi ha quindi ordinato con delicatezza da nipote ricordi e testimonianze toccanti, che hanno esaltato la cifra umana ed esistenziale del grande artista eufemiese.
Le musiche di Angela Luppino, che ha eseguito alcune arie di Puccini e Mascagni, hanno infine conferito alla serata un’atmosfera piacevole ed originale.

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Omaggio a Carmelo Tripodi

Lunedì 5 agosto verrà ricordata la figura di un grande eufemiese, Carmelo Tripodi, nel centocinquantesimo anniversario della sua nascita. Pittore e scultore, le sue opere guadagnarono nel primo decennio del secolo scorso la ribalta nazionale e internazionale.
Tripodi fu artista dal “multiforme ingegno”, capace di spaziare anche nel campo della musica e, soprattutto, in quello della fotografia, che a cavallo del Novecento registrava uno sviluppo portentoso.
Ad oltre un secolo di distanza, straordinario è il valore storiografico delle fotografie che testimoniano la distruzione di Sant’Eufemia d’Aspromonte e la sofferenza della popolazione in occasione del terremoto del 1908.
L’omaggio a Tripodi avrà luogo in piazza “Giorgio La Pira”, a partire dalle ore 21.30. Un video, realizzato da Carmela Cutrì, ci farà toccare con mano la dimensione artistica di questo nostro illustre concittadino. Attorno alla sua proiezione, che sarà intervallata dal commento musicale curato da Angela Luppino, si svilupperà la conversazione con le nipoti Carmelita e Marzia Tripodi.

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Una grande prova di generosità

Grazie anche ad un ottimo lavoro di prevendita e alla grande adesione in piazza Matteotti nella mattina di domenica 12 maggio, tutte le azalee dell’AIRC sono state distribuite dai volontari dell’Agape. Con 168 piantine, Sant’Eufemia d’Aspromonte ha conseguito nella provincia di Reggio Calabria il migliore risultato, in proporzione alla popolazione, confermandosi inoltre tra i primi comuni in termini assoluti.
Grazie a tutti per il generoso contributo in favore della ricerca per lotta contro il cancro.

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Addio a Tina, la mia amica lontana

Con Tina (Fortunata) Ciccone Sturdevant ci siamo conosciuti su Facebook nel 2016. Grazie allo strumento della condivisione dei post era finita sul mio blog, interessata com’era a tutto ciò che riguardava la storia di Sant’Eufemia, dov’era nata nel 1931 e da dove era partita nel 1950 insieme alla mamma per raggiungere negli Stati Uniti il padre, due fratelli e una sorella. Successivamente sposò Ernest Sturdevant e diede alla luce quattro figli: Gary, Donna, Lisa e Linda. Era ritornata a Sant’Eufemia nel 1970 e aveva recuperato per caso, in fondo ad un baule, lo straordinario racconto del padre Giuseppe sull’esperienza vissuta nella Prima guerra mondiale. Il testo, in inglese con a fronte le pagine originali del diario-poema scritte in un calabrese-italiano stentato, è stato pubblicato grazie anche alla preziosa collaborazione dell’adorato nipote Richard Ciccone, professore di Psichiatria presso l’Università di Rochester. Through the circles of hell: a soldier’s saga. Giuseppe Ciccone – questo il titolo – è l’unica testimonianza diretta di un fante eufemiese sulla carneficina delle trincee del Carso.
Ho avuto il privilegio di recensire il libro per “Il Quotidiano del Sud” e di consegnarne una copia all’Archivio di Stato di Reggio Calabria e alla biblioteca comunale di Sant’Eufemia. Recensione in seguito pubblicata nel mio Sant’Eufemia d’Aspromonte e la Grande guerra.
Stamattina ho saputo che Tina ci ha lasciati tre giorni fa. Ci eravamo scritti l’ultima volta per gli auguri di Pasqua, chiudendo entrambi l’email con la nostra consueta formula “your long distant friend”.
In questi otto anni siamo rimasti sempre in contatto: all’inizio utilizzavamo entrambi l’inglese, poi qualche volta io l’italiano e lei l’inglese, infine entrambi l’italiano. Lingua che, mi ripeteva spesso, aveva sepolto insieme a radici e ricordi: «Ero diventata più americana che italiana». Me ne parlava spesso nelle email e nelle lettere da Silver Spring (Maryland), nonna e bisnonna felice che “al tramonto della vita” (altra frase che utilizzava di frequente), era riuscita a fare in qualche modo pace con un passato più o meno volontariamente dimenticato.
Con il nipote Richard aveva anche tradotto in inglese e pubblicato la Breve monografia su Sant’Eufemia d’Aspromonte di Vincenzo Tripodi e, infine, aveva approfittato della clausura del Covid nel biennio 2020-2021 per ordinare i suoi ricordi nel prezioso Once upon a time in Calabria: stories of Sant’Eufemia, uno spaccato su personaggi e consuetudini degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso a Sant’Eufemia d’Aspromonte: «Appena ho appoggiato le dita sui tasti del computer, le storie si sono scritte da sole. Tutte le memorie, nomi e luoghi – mi scrisse – sono ritornati in modo straordinario».
Tina era curiosa di sapere come il paese era cambiato. Apprezzava le attività di volontariato dell’Agape e si entusiasmava per i giovani che si spendono per fare crescere Sant’Eufemia. Da Oltreoceano mi è stata accanto quando mi candidai nelle elezioni comunali e nei sette mesi bui del 2020. Leggevo con piacere le sue email, le sue domande, le sue considerazioni, i suoi progetti. Pensava al futuro con una grande energia vitale, preoccupata non per sé ma per i giovani. Non temeva la morte perché – diceva – aveva avuto una vita piena di soddisfazioni e di affetto. Era in pace. Mi mancherà.

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