L’ammetto: l’8 marzo è una ricorrenza che abolirei. Nonostante la storia di emancipazione che impregna tale data, non ha molto senso perché è sotto gli occhi di tutti che le donne sono discriminate quotidianamente, sui luoghi di lavoro e altrove; sono le principali vittime nei casi di violenza familiare; devono sudare il doppio per avere la metà di un maschio.
Abolirei l’8 marzo perché ogni giorno dovrebbe essere festa della donna. Per lo stesso motivo sono contrario alle quote rosa, che mi sanno di attrazione da circo Barnum. In una società moderna, dovrebbe andare avanti chi ha merito, indipendentemente dal sesso. Come la gran parte delle ricorrenze, l’8 marzo è il festival dell’ipocrisia, un lavarsi la coscienza per ricominciare, il 9, a prendere a calci in culo le donne, metaforicamente e non.
Ho avuto (e ho) la fortuna di avere a che fare con donne straordinarie. E ho potuto constatare che le donne generalmente hanno una marcia in più rispetto agli uomini. Sanno essere un treno, non si fermano di fronte a niente e a nessuno, hanno un’energia incredibile. Forse per questo sento particolarmente il tema e mi intrigano le storie che hanno come protagoniste le donne, siano esse mamme, nonne, sorelle, amiche, compagne, mogli, figlie, nipoti. Si chiamino “Roger” o “Martina”. Ce la facciano o meno ad ottenere quello che desiderano.
Come nella canzone di Francesco De Gregori Compagni di viaggio, tratta dall’album Prendere e lasciare (1996). La storia di un uomo e di una donna che non riescono a stare insieme nonostante l’amore che li lega e che Enrico Deregibus (Francesco De Gregori. Quello che non so, lo so cantare, Giunti editore, 2003) ha paragonato a “una Rimmel vent’anni dopo […], frammenti, poco definiti e molto definitivi di una storia, cocci difficili da riattaccare. […] Sgoccioli di un rapporto di coppia, lividi che si sovrappongono sull’anima”. Forse sto andando “fuori traccia”. O forse no, perché quel “sarà sempre tardi per me quando ritornerai” dice molto sulle donne e difficilmente avrebbe potuto pronunciarlo un uomo.
Gli angeli di Lucio Dalla
Di Lucio Dalla ho sempre apprezzato l’ironia e la simpatia. È impossibile non amare uno che racconta, con la sua buffa espressione, di quando a Vasco Rossi, che l’aveva svegliato nel cuore della notte per chiedergli: “Ma secondo te, Lucio, io sono intelligente?”, rispose: “intelligentissimo!”. L’autoironia, impressa nel suo stile, nel suo presentarsi al mondo con le sembianze di un clown, o di un fumetto, come egli stesso amava definirsi. Il suo essere controcorrente, il parrucchino ostentato, di un colore volutamente assurdo e innaturale, per non fare venire alcun dubbio. La fitta peluria mai nascosta, l’abbigliamento fuori da ogni moda del passato, del presente e (probabilmente) del futuro.
Quelli che l’hanno conosciuto o ci hanno lavorato assieme ne hanno sottolineato la sensibilità e la generosità, sia umana che artistica, le doti di talent scout (Ron, gli Stadio, Luca Carboni, Samuele Bersani, Marta sui Tubi), la voglia di sperimentare, che non sempre ha avuto esiti fortunati, ma che è stata un tratto distintivo della sua lunghissima carriera. L’amore per il Sud e per il mare.
Non conosco la sua discografia completa, mi fermo ai pezzi più noti, quelli che in questi due giorni hanno inondato le televisioni e le radio. “Caruso”, la canzone dell’artista bolognese più cantata nel mondo, mi riporta a un’estate di circa venticinque anni fa, a un anniversario di matrimonio, un gelato, un pianobar e le lacrime d’emozione della donna che sentì che a lei, quella sera, era stata dedicata. Ho apprezzato istintivamente “4/3/1943”, anche per via della vicenda della censura in quell’Italia bacchettona che fingeva di scandalizzarsi perché “Gesù Bambino” era figlio di una ragazza madre e frequentava i “ladri e le puttane” del porto. A metà degli anni Novanta, fece da sigla – azzeccatissima – a un programma televisivo che ancora conservo nelle videocassette: “Combat Film”, serie di documentari realizzata con i video dei cineoperatori della seconda guerra mondiale, andata in onda su Rai Tre, a cura di Leonardo Valente e Roberto Olla.
La mie preferite sono “Piazza Grande”, biografia di un clochard, un “ultimo” autenticamente libero (“voglio morire in Piazza Grande/ tra i gatti che non han padrone come me”) e “Anna e Marco”, storia d’amore in cui è facile identificarsi (“ma dimmi tu dove sarà, dov’è la strada per le stelle”). Voglio però ricordare Dalla con “Se io fossi un angelo”, perché pure io penso che “se fossi un angelo non starei mai nelle processioni” e perché sono sempre stato dell’avviso che gli angeli “non li vedi nei cieli, ma tra gli uomini/ sono i più poveri e i più soli”. Angeli non eterei, bensì terreni, poco spirituali e molto umani. Non convenzionali, come Dalla: con la sigaretta in bocca e irriverenti, pronti a pisciare sulla testa dei guerrafondai. A tenere persino botta a Dio, rinfacciandogli sbagli e omissioni, pur continuando ad amarlo (“a modo mio”, però). Angeli somiglianti a quei preti che frequentano molto le strade del mondo e poco le sagrestie (da don Milani a don Gallo, a padre Alex Zanotelli, a tanti altri): la migliore tradizione di una Chiesa capace di vivere “nella” società e di sporcarsi le mani per contribuire a renderla migliore.
E le abitudini cambiano
Due settimane fa sono state sessanta primavere per Vasco Rossi, l’unica vera leggenda rock italiana. E con questo incipit mi gioco la simpatia dei fans di Ligabue, anche se sinceramente ho sempre pensato che la rivalità tra i due sia un’invenzione giornalistica. Comunque sia, rispetto per il lavoro del Liga, ma Blasco è Blasco. Ho avuto modo di assistere a concerti di entrambi. Non c’è partita. L’adrenalina che trasmette l’artista di Zocca ti rimane in corpo per una settimana. L’unica similitudine possibile riguarda semmai la rispettiva recente produzione, che non mi sembra all’altezza degli anni d’oro. Ma questa è un’impressione personale, alimentata forse anche dall’età, che non è più quella in cui Ogni volta e Canzone (la mia preferita) accompagnavano le mie giornate. Non so dire se sono io ad essere invecchiato, se Vasco si è imbolsito, o se siamo tutti e due da rottamare. Fatto sta che mi sono fermato all’album Nessun pericolo per te (1996). Da lì in avanti, credo sia diventato un altro Vasco, un po’ monumento di se stesso, al quale non sono più riuscito a stare dietro. Nonostante diverse altre belle canzoni e una presenza scenica sempre in grado di suscitare intense emozioni.
L’ho “conosciuto” attorno ai 12 anni. Me lo “presentò” alla sala biliardi di mio padre un ventenne, tirando fuori dal taschino del giubbotto di jeans la musicassetta di Non siamo mica gli americani, album inciso almeno cinque anni prima e celebre per Albachiara. Aveva già fatto in tempo a classificarsi penultimo (!) al Festival di Sanremo con Vita spericolata (1983), ad essere arrestato per droga (1984) e ad accrescere a dismisura la fama di esempio da non imitare. Con Luis cominciammo a comprare le sue musicassette (Carosello, dalla caratteristica custodia arancione), ma poi acquistammo anche i dischi, perché il vinile è uno stile di vita. Nella nostra classifica “rossiana” del tempo, per me al primo posto c’era Albachiara; per mio fratello, che è sempre stato molto più rock di me, Siamo solo noi, compreso il dito medio sbattuto in faccia al mondo. In camera avevamo un poster che lo ritraeva nella sua classica posa, con una mano appoggiata sull’asta del microfono. Non chiedetevi quante locandine ci fossero nella nostra stanzetta. Tanti. Pink Floyd, James Dean, Rambo, Bruce Springsteen, Rummenigge, un boxer (che anticipò l’arrivo di Eros) e altre che “ruotavano”: Maradona, per esempio, che adoravo nonostante la mia fede nerazzurra. A differenza della Juve di Platini e Boniek (mamma) e del Milan di Sacchi (Mario), che pure ho dovuto tollerare, attaccati accanto allo sguardo triste di Ayrton Senna. E fortuna che avevamo la possibilità di dirottare nella sala biliardi tutto il resto: l’Italia Mundial ’82 (in cornice), l’Inter dei record, Ivan Lendl, Gianni Bugno e molti altri miti dello sport.
Vasco è stato la colonna sonora della nostra gioventù. Andava bene quando eravamo innamorati, delusi, incazzati (quante volte ho urlato Portatemi Dio); quando volevamo fare i pazzi (Sensazioni forti) o gli strafottenti, perché la vita è questa e bisogna viverla andando “al massimo”; quando tutto sembrava congiurare contro di noi (Lunedì) e cedevamo al fatalismo (Anima fragile). Sotto la “nostra” panchina in piazza, uno di quei giorni in cui un adolescente vorrebbe soltanto sprofondare, scrissi con un colore a spirito nero le strofe finali di Canzone: “e intanto i giorni passano/ ed i ricordi sbiadiscono/ e le abitudini cambiano”. Quella scritta non c’è più, come la panchina e la pavimentazione, sostituite quando la piazza fu ampliata e completamente rifatta. E come quel ragazzo, che ogni tanto riaffiora dal passato e si lascia abbracciare dalla struggente nostalgia di Vivere.
Perché Sanremo “era” Sanremo
Scrivo ora qualche riga sul festival di Sanremo perché penso che la conclusione della manifestazione sia ininfluente ai fini della mia valutazione. D’altronde, su tre serate, avrò visto non più di mezzora di spettacolo, per cui il mio commento è, in realtà, una considerazione sull’evento. Da tempo, nella kermesse canora, la canzone ha smesso di essere protagonista. Tanto da risultare effimeri il successo e la notorietà dati dalla vittoria. Chi è in grado di ricordare nomi e volti di tantissimi tra i vincitori più recenti? Nel giro di un anno, fenomeni musicali lanciati dai talent show e catapultati sul palcoscenico dell’Ariston scompaiono con una regolarità ormai inquietante: Marco Carta, chi era costui?
Sanremo è attesa, gossip, polemica cercata e montata ad arte perché se ne parli. Perché per una settimana non si discuta d’altro. Sanremo è una zona franca, capace di ascolti alti perché la controprogrammazione, in quei giorni, non esiste. Sanremo è l’ipocrisia di chi invita Celentano, alle condizioni imposte dal Molleggiato, e poi innesca la polemica perché nel suo monologo ne ha avute per tutti. Come se non fosse quello il vero motivo della sua presenza. Non ho ascoltato il suo pippone, ma ho letto le reazioni. La migliore è stata la battuta di Rocco Papaleo: “Adriano è stato geniale ad ospitare Sanremo nel suo show”. Il punto è questo: può un ospite monopolizzare l’intera serata e ridurre gli ospiti a contorno del suo personalissimo show? No, non può. Non potrebbe. Ma è un gioco delle parti. Prima, il tormentone “Celentano sì/ Celentano no”, poi la carta bianca chiesta e ottenuta, infine le lacrime da coccodrillo e l’incazzatura dei vertici Rai. Asciugate con i bigliettoni degli introiti pubblicitari. Nel merito, non è il massimo dell’eleganza chiedere la chiusura di due giornali perché non se ne condivide la linea. Basta non comprarli. E anche se c’era molto da sottoscrivere (la parole su don Gallo, per esempio), il teatro Ariston non è il pulpito ideale per simili comizi.
Boccio in toto il turpiloquio dell’intervento iniziale di Luca e Paolo e, nella seconda serata, la volgarità di due comici a me sconosciuti (I soliti idioti), che ho ascoltato giusto un paio di minuti senza riuscire per niente a ridere. Sorvoliamo sulla farfalla di Belen e sulle mutande che c’erano-non c’erano-e se c’erano non si sono viste. Ma si può sacrificare tutto sull’altare degli ascolti e degli incassi? Domanda retorica, alla quale si può rispondere riproponendo la terza serata, dedicata finalmente alla musica, con ospiti di livello mondiale. Su tutti, Brian May e l’immensa Patti Smith. Ma è già tempo di tornare alla normalità distorta di Sanremo. E allora, che spettacolo (penoso) sia.
Dai ricordi di un ex fumatore
“Nel pacchetto ci sono due sigarette, una per te e una per me. Io da domani non fumo”. Con queste parole, due anni fa attaccai la sigaretta al chiodo, dopo quindici anni di onorata carriera. Qualcosa in più se contiamo anche le esperienze “giovanili”. Una terrificante N80 a quindici anni, di ritorno da Palmi sulla Littorina; un pacchetto di Merit divorato in tre alla Pineta, in non più di venti minuti; quelle scroccate a mio fratello e a Nino. Ma il “vizio” (lo spartiacque è dato dall’acquisto personale) risale al terzo anno di università. Quando ormai stavo per passare indenne dal periodo statisticamente più rischioso. L’università, si diventa grandi, si vive lontano da casa. E si fuma. Per darsi un tono, perché lo fanno gli altri, per sentirsi figo, per assumere la posa da “maledetto”.

Come James Dean nel poster alla parete della mia cameretta. O il tenebroso Humphrey Bogart che in Casablanca avrà fumato minimo due stecche di “bionde”. Gli esempi negativi, da questo punto di vista, sono infiniti.

Ho fumato Lucky Strike, per sentirmi un po’ Vasco. Avrei voluto essere De André, bellissimo con la sigaretta tra le dita. Me lo immaginavo pensoso, ubriaco e incazzatissimo, una-boccata-un-bicchiere-un-verso, una-boccata-un-bicchiere-un-verso: “evaporato in una nuvola rossa”.
Oppure Guccini: “E ho ancora la forza di guardarmi attorno/ mischiando le parole con due pacchetti al giorno”.
Non un fumatore incallito, però le mie dieci-quindici sigarette al giorno le fumavo. Anche se non sono mai stato riconosciuto come un top smoker, soprattutto in famiglia. Quando offrii a mio padre (un fuoriclasse) una Marlboro “light”, l’unica volta in cui era rimasto senza le sue “rosse”, quasi mi umiliò: “come fai a fumare questa roba? Puzza!”. Per non dire di mio fratello Luis, definitivo: “o fumi Marlboro rosse, o è meglio lasciare stare”.
Avevo provato altre volte a smettere, con scarsi risultati. Al massimo, un paio di mesi. Dopo ho sempre ripreso. Come fare, d’altronde? Metti che hai un problema che non ti fa dormire la notte. Ci vuole la sigaretta. Se devi prendere una decisione importante, ci vogliono un paio di boccate vigorose per non fare la scelta sbagliata.
“Ora ho troppe preoccupazioni” è il più comodo e infantile degli alibi. Perché motivi per non essere sereni, purtroppo, se ne presentano tutti i giorni. E poi, chi non fuma, allora come fa a sopravvivere ai propri guai? Smettere è una questione di testa. Perché, spesso, la sigaretta è un gesto istintivo. Un riflesso pavloviano. Subito dopo il caffè, appena metti in moto la macchina, all’uscita dal cinema. Proprio per questo, i primi giorni sono davvero duri. Corsi online, prodotti omeopatici, agopuntura, ipnosi, psicoterapia comportamentale, sostituti nicotinici (cerotti, gomme e pastiglie, sigarette elettroniche o senza tabacco, inalatori) sono però una perdita di tempo e di soldi. Addirittura, esistono “centri antifumo”, suppongo strutture simili alla clinica per dimagrire del dottor Birkenmayer (Il secondo tragico Fantozzi).
Questione di testa. Altrimenti si finisce come lo studente universitario che durante uno sciopero dei tabaccai, dopo avere esaurito le scorte racimolate al mercato nero, acquistò in farmacia una sigaretta senza tabacco pur di fumare qualcosa. Un mito.
Tredici anni dopo, la stessa sensazione di vuoto
Tredici anni fa se ne andava il più grande cantautore italiano, lasciando un senso di vuoto che il tempo non ha lenito. Un dolore dentro al petto, come quelli che proprio Fabrizio De André aveva sempre cantato, regalandoci ritratti umanissimi di personaggi derelitti, abbandonati ai margini della società, sui quali posava il suo sguardo sensibile e comprensivo, rendendoli visibili a tutti. Uno sguardo che non voleva certo esprimere un giudizio, visto che è sempre difficile stabilire cosa sia giusto e cosa sbagliato. Ladri, prostitute, travestiti, drogati, assassini, umanità pescata nei bassifondi, che “viaggia in direzione ostinata e contraria” tra il piscio e il vomito dei suburbi, ai quali va però riconosciuto – con maggiore forza rispetto a chi ha avuto la fortuna di nascere e vivere in un contesto migliore – il diritto a cercare di “consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità”.
Considerare Faber un cantautore è riduttivo. I suoi testi sono ormai nelle antologie di letteratura e anche se non amava essere definito un “intellettuale”, è stato un influentissimo maître a penser, per generazioni di musicisti e non solo. Certificato dal fatto che c’è un “prima” e un “dopo” De André. Basta confrontare i suoi testi con quelli dei suoi colleghi contemporanei. Mentre quelli erano ancora fermi, più o meno, alla rima “cuore/amore”, il cantautore genovese aveva già raccontato il suicidio in carcere di Miché, assassino per amore, e aveva pubblicato quel gancio allo stomaco che è, ancora oggi, l’album Tutti morimmo a stento.
Mi sono spesso chiesto cosa avrebbe detto oggi De André. E come l’avrebbe detto. Perché la sua discografia è studio e ricerca continua, non si accomoda mai sulla poltrona per godersi il successo, ma va sempre alla ricerca del nuovo, nei contenuti e nello stile. Echi di culture che Faber raccoglie e rimodella. Georges Brassens, la contestazione, i Vangeli apocrifi, Edgar Lee Masters, le collaborazioni con Giuseppe Bentivoglio, Francesco De Gregori, Massimo Bubola, la Premiata Forneria Marconi, Ivano Fossati. Una ricerca che raggiunge la sua summa in Crêuza de mä, un capolavoro che, in sette tracce, racchiude tutta la cultura e le sonorità del Mediterraneo.
Fare una graduatoria tra le sue canzoni sarebbe blasfemo. Ci sono giorni in cui La domenica delle salme è un martello in testa, altri in cui ci lasciamo abbracciare dalla malinconia di Se ti tagliassero a pezzetti. Oggi non possiamo che respirare la nostalgia di Amico fragile, nella versione realizzata dal vivo con la PFM. Gli arrangiamenti della band di Franz Di Cioccio, in particolare la chitarra di Franco Mussida, fanno venire la pelle d’oca. Buon ascolto.
Non c’è due senza tre
“Alla vostra destra, per la trecentocinquantesima volta, potete ammirare la Sagrada Familia”! Appena ho saputo che Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea avrebbero nuovamente fatto tappa a Sant’Eufemia, mi sono tornate in mente le parole di Tonino, il mio compagno di liceo più simpatico, perennemente in ritardo – minimo un quarto d’ora tutte le mattine – e dedito ai passatempi più incredibili durante le ore di lezione. Su tutti, l’incisione artistica del banco con il coltellino. Si era alla gita del quinto liceo e dopo un viaggio epico in treno fino a Genova e in autobus fino a Lloret de Mar, dove alloggiavamo, ci toccò visitare Barcellona. Purtroppo per noi, Jim Morrison (l’autista del pullman, che indossava una giacca in pelle nera molto Doors) si incartò nel traffico della capitale della Catalogna e, per quasi un’ora, ci fece girare attorno alla basilica ideata da Gaudì, prima di riuscire ad imboccare una via d’uscita.
Sì, lo so che Cavallaro e Papandrea sono il fenomeno musicale calabrese degli ultimi due anni. Citula d’argentu mi piace pure. Ma tre volte in sei mesi è troppo. E pensare che quando furono portati ad agosto, in occasione della sagra della patata, più d’uno all’interno dell’amministrazione comunale arricciò il naso e commentò che non sarebbe andato nessuno a vederli. Ma nella vita c’è sempre tempo per rivedere le proprie opinioni, anche se quelli disposti ad ammettere un errore di valutazione sono merce rara. In genere, prevale la sindrome di Fonzie, che non riusciva mai a pronunciare per intero la frase “mi sono sbagliato”. Un mese dopo, a grande richiesta, tornarono per festeggiare la patrona del paese. Ieri, hanno chiuso le festività natalizie. Al solito, si passa da un eccesso all’altro.
Tornando al Natale, bisogna ammettere che si è festeggiato poco. Anche perché non c’era granché da fare baldoria, visti i tempi. Il cartellone delle iniziative è stato comunque abbastanza nutrito. L’inaugurazione della sezione locale dell’Avis, intitolata al medico Pasquale Gioffrè; il concerto natalizio del coro parrocchiale polifonico “Cosma Passalacqua”; l’interpretazione di poesie e canzoni sulla natività, a cura dell’associazione Terzo Millennio; la Tombolata organizzata dall’Agape; il Premio Sant’Omobono, a cura dell’associazione dei sarti; la Giornata della Famiglia (Comitato feste); la partita di calcio tra il Sant’Eufemia e la squadra dell’oratorio parrocchiale “Don Bosco”; l’esibizione del gruppo folcloristico locale presso la Rsa “Antonino Messina”; la visita ai presepi di Tropea e alla chiesetta di Piedigrotta (Pizzo) per gli anziani (amministrazione comunale e Agape).
Mancava la ciliegina sulla torta, per chiudere col botto. In una serata spartiacque tra la tournée del 2011 e quella del 2012. Una sorta di dylaniano Never Ending Tour in salsa taranta. Per cui, non è detto che sia finita qua. Potrebbero tornare per Carnevale, poi per festeggiare l’inizio della primavera, a Pasqua e così via. Anche se sarebbe preferibile che gli artisti “girassero”, come disse l’ex premier riferendosi ad altri generi di intrattenimento.
Buon Natale
Buon Natale con le parole e la musica di Francesco De Gregori: “Natale di seconda mano”.
Perché non tutte le tavole stasera saranno imbandite come le nostre, perché quelli che non avranno niente da festeggiare saranno la maggioranza, perché l’Italia non può essere il Paese dei pogrom contro i senegalesi a Firenze e contro i rom a Torino.
Buon Natale
Aveva ragione Bennato
Ci hanno insegnato che tutti gli –ismi sono la degenerazione di idee buone. A parte il fatto che una simile affermazione è opinabile, è giustizialismo – quindi negazione della giustizia – indignarsi per quanto sta accadendo a Reggio Calabria e, più in generale, in Calabria?
Un altro facile e diffuso luogo comune accusa la magistratura di invadere lo “spazio” della politica e di fare, essa stessa, politica. Un’azione eversiva, al servizio di non meglio precisati “poteri forti”, contro l’ordine costituito, quello che una malintesa idea di democrazia considera legittimato a qualsiasi porcheria dal consenso popolare, che viene così caricato di un significato etico e populista contrario ad ogni principio democratico. Invece è vero il contrario. La magistratura occupa uno spazio vuoto, lasciato incustodito da partiti che non sono capaci di selezionare una classe politica degna di questo nome, e da una società civile tenuta al guinzaglio dal padrone di turno, oggi come 150 anni fa.
Il problema è uno solo e racchiude tutti gli altri. Se di notte tutte le vacche sono nere, se il magistrato è uguale all’avvocato, che è uguale al politico, che è uguale allo ’ndranghetista, che è uguale all’imprenditore, che è uguale al poveraccio che non sa come arrivare a fine mese nella regione più povera d’Italia; se tutto è uguale e immutabile, vinceranno sempre “loro”. Possono arrestarne 100 al giorno. Vinceranno sempre “loro”, perché ridurre tutto a una questione di ordine pubblico fa soltanto comodo a chi si sciacqua la bocca con l’antimafia da salotto e da convegno, con l’antipolitica, con le banalità qualunquiste. Perché qua – Calabria 2011 – questo sta succedendo. Che non si capisce più chi sta con chi. E per spiegarcelo, deve scendere un giudice da Milano.
Joe Sarnataro & Blue Stuff, Nisciuno! (dall’album E’ asciuto pazzo ‘o padrone, 1992). Venti anni dopo, le parole scritte da Edoardo Bennato per Napoli sono ancora attuali.
Miracolo: il commento di Luis al mio articolo sui Pink Floyd
Potenza della musica! Da quando gestisco questo blog (e anche prima, dai tempi di santeufemiaonline), avrò chiesto un’infinità di volte a mio fratello un articolo sui Pink Floyd. In alternativa, un argomento a piacere. Niente di niente, inviti sistematicamente andati a vuoto. Poi arriva il commento di Blackswan a un mio articolo e si compie il prodigio. Tra di loro ci deve per forza essere un’alchimia particolare, quella che accomuna le persone animate da una stessa passione. E questo è il bello della rete: persone che neanche si conoscono riescono a comunicare, ad emozionarsi, a vivere. Di questi tempi, è un miracolo.
Prima di tutto le scuse. Nonostante abbia molte volte avuto la “quasi voglia” di dire la mia sui vari argomenti discussi nel blog di mio fratello, mi sono sempre astenuto dal farlo; diceva il buon Raz: “sono fatti miei”. Stavolta no. E rinnovo le mie scuse per la prolissità di quanto segue.
Parto subito con un piccolo appunto a Blackswan (concedimelo in virtù del fatto che pochi eletti mi chiamano Blackman…): “feticismo” mantiene di fondo un’aura negativa, un’accezione “terra-terra” che non può associarsi all’arte. Nel mio caso (ma da quello che ho letto credo anche nel tuo) io sarei più portato a parlare di “estasi”. Emozioni fuori dai canoni, che se sei fortunato provi una volta nella vita. Ecco, in questo senso io sono MOLTO fortunato. Quando comprai The wall era il mio regalo a me stesso, compivo 14 anni. E sono venticinque anni che ogni volta che ascolto l’assolo di Comfortably numb mi commuovo fino al midollo. Il buon David l’avrebbe poi via via ritoccato fino a compiere il miracolo nel live Pulse. Perché, piacciano o meno i Pink Floyd, in quell’occasione Gilmour ha fatto vedere a Dio e agli uomini cosa si può fare con un pezzo di legno e sei corde.
Tempo fa mio fratello scriveva della notte più bella della sua vita. Per me c’è un prima e un dopo il 20 settembre 1994. Tutto qui. O si capisce senza parole, o non ne basterebbero milioni.
Per il resto, sono contrario alle classifiche, tutte ovviamente influenzate dai gusti personali (per lo stesso motivo diffido dei critici: di conseguenza, anche e soprattutto ciò che dico va preso con le pinze) ma un punto urge sia chiarito. Nella stragrande maggioranza dei casi, pochi prescelti dal fato realizzano un capolavoro. Piccolo inciso: sono appassionato di pittura e scultura, diciamo che nel mio piccolo qualcosa ci capisco. Ora, Michelangelo (tra le altre cosucce) ha scolpito il David, il Mosè e la Pietà. Fatemi sapere chi è il pazzo che può stabilire quale è il masterpiece.
Nel caso nostro, se possibile, l’affare si complica. Sorvoliamo sulla miriade di gemme disseminate qua e là nei vari album, cerco di stringere il più possibile. C’è chi ravvisa in The piper at the gates of dawn l’apice del movimento psichedelico (magari ex-equo col Sergeant pepper’s lonely heart club band degli Scarafaggi, coinquilini negli studi di registrazione in Abbey Road). C’è chi reputa la parte live del doppio Ummagumma il miglior album dal vivo mai dato alle stampe, anche in virtù dell’epoca di registrazione (un “preistorico” 1969). Alcuni considerano la suite eponima Atom heart mother la loro summa. Ma veniamo alla Triade.
The dark side of the moon, Wish you were here, The wall. Non mi fate il marchiano errore di considerare l’album di mezzo inferiore agli altri due. Non parlo di quello che tutti, ma proprio tutti, sanno. Vorrei spostare la vostra attenzione sul testo di Welcome to the machine e su Have a cigar, pezzo caratterizzato da uno dei più trascinanti attacchi di chitarra della storia del rock. Ne esiste una versione live (in Ivor Wynne, bootleg con purtroppo una resa appena accettabile) in cui Gilmour si può definire solo come una forza della natura. Foo Fighters, non è che per la vostra cover ci avete prima dato un ascolto? Comunque sia, aspetto pareri.
Prima di dire finalmente la mia (l’avevo detto che sarei stato prolisso, ma siccome dopo sparirò…) faccio i miei complimenti a Blackswan per l’apprezzamento nei riguardi di Animals. Proprio nel momento in cui il Punk tirava spallate per abbattere quei gruppi definiti “dinosauri del Rock”, i miei eroi uscivano con un album che, per cupezza di sonorità e testi, ha ispirato a qualche sconsiderato la definizione “Punk Floyd”. Un’onta da lavare col sangue. Io adoro il Punk, che sia chiaro, ma qui rasentiamo la blasfemia. Passiamo oltre.
A mio fratello non devo dire nulla. Naturalmente, conoscevo già i suoi gusti in merito. Sebbene per sua stessa ammissione non sia ferratissimo in materia, se l’è cavata egregiamente. Discorso a parte per ricordi ed emozioni. Cosa dire di uno che, all’attacco della seconda parte di Shine on you crazy diamond, quando tutti intorno erano ammutoliti perché non conoscevano le parole ed era rimasto solo “un tizio” a cantare a squarciagola (…!), gli affibbiò una pacca esagerata urlando “Ah! Tu la sai!!!!” ? O che, mentre sempre lo stesso tizio, famoso per non aver versato una lacrima in ben altri frangenti, non riusciva a trattenersi durante l’assolo di Comfortably numb, gli strinse una spalla dicendo “oh!??”, ricevendo come risposta “tutto a posto!!!”? Mick, mi sarei reso conto dopo (mai affrontato quest’argomento), non era lì, come me, per vedere i Pink Floyd. Era lì per vedere i Pink Floyd e me. Noi siamo cresciuti in simbiosi, praticamente come due gemelli (11 mesi di differenza d’età non sono nulla) e lui godeva della mia estasi. Il resto, voi capirete, è una faccenda solo nostra.
Ma ora finiamola. The final cut è stilisticamente perfetto, anche se l’ottimo Michael Kamen non avrebbe mai potuto sostituire in toto le tastiere di Wright, i suoi sognanti assolo modali suonati con una mano sola, ballando a volte su due (DUE…) sole note. Questo per mio fratello.
Animals è un lavoro ragguardevole, per molti gruppi in giro allora e/o adesso già raggiungere quei livelli sarebbe una grazia mandata dal cielo. Inattaccabile a distanza di quasi trentacinque anni.
Questo per Blackswan. Ah, piccola perla che magari già conosci: tornando a Wright, cerca due note in Ummagumma e poi ritrovale a morire in Animals, dopo una carriera quasi decennale…
The dark side of the moon, oltre a fare da spartiacque (il mondo prima e dopo…) è sicuramente il miglior album “corale” della band, nonché uno dei picchi della creatività umana. Un lavoro che dopo la bellezza di trentotto anni suona ancora moderno, fresco, innovativo. E inarrivabile. Ecco, solo in questo reputo Wish you were Here appena inferiore, nel sound che oggi arriva leggerissimamente datato. The wall, fatevene una ragione, non può essere né paragonato, né catalogato. Come si fa?
Partiamo dall’inizio. Gli altri album, prima della registrazione, hanno avuto tutti un rodaggio live. “Il muro” è stato tirato su indoor, mattone per mattone. Concepito e costruito, fin dall’inizio, per essere un concept musicale, uno spettacolo dal vivo e un film. Complessivamente, tre anni abbondanti di lavoro. Un’opera titanica. Bene dice mio fratello quando lo definisce “monumentale”. Nessun altro ha mai tentato niente del genere. E, divento presuntuoso al posto loro, nessun altro ce la potrebbe fare. Chiudo informando chi non lo sapesse di quanto segue: qualche anno fa The dark side of the moon e The wall sono stati elevati al rango di musica classica, accanto alla nona di Beethoven, o al Requiem di Mozart. Fanno ormai parte della Storia dell’uomo, quella con la “esse” maiuscola. Patrimonio dell’umanità. Non ho altro da aggiungere, a parte augurarvi di cuore un buon ascolto, qualunque tipo di musica vi piaccia ascoltare.