Non al denaro non all’amore né al cielo

L’11 novembre ricorreva il cinquantesimo anniversario del concept album di Fabrizio De André Non al denaro non all’amore né al cielo, nato dalla collaborazione con Giuseppe Bentivoglio (testi) e Nicola Piovani (musiche, arrangiamenti, direzione d’orchestra).
L’album è liberamente tratto dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (1915), arrivata in Italia grazie a Cesare Pavese, appassionato studioso della letteratura americana che affidò il libro ricevuto dagli Stati Uniti ad una sua ex studentessa, la giovane Fernanda Pivano, che lo tradusse tra il 1937 e il 1941. Si era in pieno regime fascista, la cultura americana veniva osteggiata e la politica di italianizzazione toccava vette irraggiungibili di ridicolo: clamorosa l’imposizione del vocabolo “mescita” in luogo dell’inglese “bar”. L’esatto contrario di ciò che accade oggi con l’invasione di termini inglesi utilizzati anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Da un eccesso all’altro, verrebbe da considerare.
L’ostracismo culturale investiva il campo musicale (jazz) e quello della letteratura: la stessa Pivano pagò con qualche giorno di carcere la traduzione del libro, pubblicato dalla casa editrice Einaudi nel 1943. La questione era politica poiché la raccolta di poesie di Masters toccava temi non graditi al regime, come dichiarò anni dopo “Nanda”: «Parlava della pace, contro la guerra, contro il capitalismo, contro in generale tutta la carica del convenzionalismo. Era tutto quello che il governo non ci permetteva di pensare. Mi hanno messo in prigione e sono molto contenta di averlo fatto».
De André, che aveva scoperto Edgar Lee Masters a circa diciotto anni, rimase colpito dal fatto che «nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare». Anni dopo riprese il libro, scelse 9 tra le 244 poesie e le riscrisse attualizzandone le vicende. Fernanda Pivano valutò straordinaria l’operazione: «Sono contenta dei suoi cambiamenti e mi pare che lui abbia molto migliorato le poesie. Sono molto più belle quelle di Fabrizio, ci tengo a sottolinearlo».
Nelle nove tracce musicali sfila l’umanità tipica della poetica deandreiana degli ultimi: lo scemo del villaggio che non riesce a dare forma al “mondo” che custodisce nel cuore; il giudice nano che si vendica del pettegolezzo della gente condannando a morte per soddisfare il proprio sadismo; l’ateo al quale due guardie bigotte cercano l’anima a forza di botte; il malato di cuore che muore baciando la donna amata (“il mio cuore le restò sulle labbra”); il medico che cura i più miserabili senza chiedere alcuna retribuzione; il chimico che muore da solo per paura dell’amore; l’ottico che realizza lenti speciali per consentire ai suoi clienti di “inventare i mondi sui quali guardare”; l’autobiografico suonatore Jones, musicista alcolizzato il cui anarchismo ispira il titolo dell’album.
Dormono tutti sulla collina, insieme alle vittime del lavoro e ai caduti in guerra, a Bert ucciso in una rissa, ad Ella morta di aborto e alla prostituta Maggie, “uccisa in un bordello dalle carezze di un animale”. Accomunati dalla morte, la livella che ci rende uguali e fa di ogni esistenza “un corpo fra i tanti a dar fosforo all’aria”.

Condividi

La cura

Ero poco più che un adolescente quando cominciai ad ascoltare Franco Battiato nelle musicassette EMI. All’inizio mi incuriosiva questo personaggio singolare, anche se non riuscivo a cogliere tutti i riferimenti culturali che le sue canzoni suggerivano. Mi affascinavano la profondità del pensiero e l’eclettismo di una produzione improntata sulla sperimentazione artistica. Intuivo che i suoi testi contenevano più livelli di lettura anche quando l’orecchiabilità del brano poteva trarre in inganno, come nelle celeberrime “Centro di gravità permanente” e “Bandiera bianca”. Tutto questo mi bastava: è stato il punto di partenza per entrare in mondi a me sconosciuti; mi ha suggerito letture e domande sul mondo, sugli uomini e sul rapporto con il divino.
Mi è venuto in mente questo mio “incontro” con Battiato, ascoltando per caso alla radio “La cura” (album: “L’imboscata”, 1996). Con la tristezza nel cuore per le condizioni di salute che hanno determinato il ritiro di Battiato dalle scene e alimentato le voci di una misteriosa malattia che ne avrebbe intaccato le facoltà mentali. La più atroce delle condanne per chi ha cercato di spingere la mente oltre i gretti accadimenti terreni e materiali.
Ho chiuso gli occhi e ho cercato di concentrarmi sui versi composti da Battiato e dal filosofo Manlio Sgalambro, per “respirarli” a pieni polmoni. Non so se “La cura”, come qualcuno sostiene, sia la più bella canzone d’amore italiana. Graduatorie di questo genere sono antipatiche. Come si fa a stabilire se sia più bella di “Caruso” (Dalla), “La costruzione di un amore” (Fossati), “Vorrei” (Guccini), “Sempre e per sempre” (De Gregori)? Si potrebbe continuare a lungo.
“La cura” non è una semplice canzone d’amore. Tratta dell’amore nella sua forma più alta e universale, quella capace di elevare lo spirito e di condurre l’uomo alla scoperta della sua vera essenza, temi che Battiato ha sviluppato attraverso lo studio delle dottrine religiose orientali e la pratica del sufismo. Se il verso “tesserò i tuoi capelli come trame di un canto” è un inno d’amore, “percorreremo assieme le vie che portano all’essenza” richiama il misticismo già affrontato nel brano “E ti vengo a cercare”.
Per qualcuno, l’io narrante della canzone è Dio stesso. Sarà Dio a prendersi cura dell’artista, un “essere speciale”. Lo proteggerà da paure, turbamenti, ingiustizie, inganni, fallimenti. Gli porterà il silenzio e la pazienza. Percorrerà al suo fianco le vie che portano all’essenza. Gli donerà le leggi del mondo.
Mentre le parole libravano nell’aria, pensavo a Battiato oggi. Forse sofferente, forse “non presente a se stesso”: o forse, finalmente al di là del tempo e dello spazio, nella condizione di pace inseguita per tutta la vita.

Condividi

Un pianoforte, Cettina e il cielo di Berlino

Sono lontani i tempi della Berlino cupa dell’epoca della guerra fredda. Gli anni del muro, la città segnata dalla cicatrice di cemento che la divideva in due. Davanti alle macerie del muro finalmente abbattuto, trent’anni fa Mstislav Rostropovich fece commuovere il mondo facendo vibrare Bach sulle corde del suo violoncello. E chissà se sia stato un caso, in questa estate 2019, trovare un pianoforte verticale rosso a Postdamer Platz, anch’essa divisa in due per 28 lunghissimi anni.
Domanda che forse non si è posta Cettina Papalia, ragazza di Sinopoli in vacanza a Berlino la settimana scorsa. Complice la sua grande passione per la musica, Cettina non ci ha pensato due volte: si è seduta dietro al pianoforte e ha cominciato a suonare. Il resto l’ha fatto la magia che la musica riesce a creare.
Studentessa in Pianoforte al Conservatorio “Cilea” di Reggio Calabria e di Chimica presso l’Università degli studi di Messina, Cettina è allieva del Maestro Roberto Giordano: «È una fonte di ispirazione per me; in ogni lezione mi trasmette tutto il suo amore per la musica, il suo sapere, i suoi insegnamenti di vita. A novembre inizierò un nuovo e importante anno di studi: quello che mi porterà all’esame conclusivo per ottenere il Diploma Accademico di Primo Livello in Pianoforte. Vedrò così realizzato uno dei miei grandi sogni, dopo tanti anni di studio, di sacrifici per la mia famiglia, ma anche di tanta determinazione e voglia di arrivare in fondo. Anni di crescita e di cambiamenti; anni di un amore che ogni giorno scopro essere sempre più forte, senza il quale non potrei sopravvivere».
Una passione che ha origini lontane, come lei stessa spiega: «Tutto è nato nella mia Chiesa, a Sinopoli, un luogo di fondamentale importanza per la mia vita. A sette anni mi innamorai dell’organo che si trova al suo interno: lo ascoltavo, lo osservavo e rimanevo così affascinata da quello strumento che, non appena finita la messa domenicale, correvo a casa e con una piccola tastiera riproducevo esattamente i suoni che avevo ascoltato. I miei genitori, comprendendo questa mia particolare dote, decisero di iscrivermi in una scuola privata per iniziare a studiare pianoforte e da quel momento non ho più smesso. La mia vita è totalmente cambiata grazie alla musica».
Cettina infatti, oltre ad essere “pianista accompagnatore” di strumentisti e di cantanti, dirige il Coro parrocchiale di Sinopoli e suona proprio quell’organo che da bambina l’ha fatta innamorare della musica. Spesso pubblica sui social i video delle sue performances ed è proprio sul suo profilo Facebook che ha di recente condiviso il breve, ma suggestivo filmato della sua improvvisata “esibizione”: «Il pianoforte di Potsdamer Platz era a disposizione di chiunque avesse voluto suonare, anche soltanto per trasmettere una piccola emozione. Ho iniziato a suonare e attorno a me si sono radunate moltissime persone: chi mi riprendeva con il telefonino, chi applaudiva, chi mi faceva i complimenti. Mentre suonavo si è avvicinato uno studente di Berlino, Thomas Kruger: si è seduto accanto e abbiamo cominciamo a suonare a quattro mani come se avessimo fatto quello da sempre. Un’intesa perfetta: ecco il potere della musica! Non ha importanza la provenienza, il luogo, la persona: la musica sarà sempre capace di unire e di emozionare, di sorprendere e di stupire. In quel momento Thomas per me non era uno sconosciuto, ma un amico musicista speciale che ha condiviso con me un momento unico e raro».
I minuti scorrono veloci sulle note di “L’amour Toujours” di Gigi d’Agostino, “A skyfull of stars” dei Coldplay, la colonna sonora del film “Pirati dei Caraibi”. Il capannello di persone attorno ai due giovani diventa sempre più numeroso: i bambini ballano, i telefonini degli adulti si trasformano in cineprese e macchine fotografiche. Lo stupore e l’allegria degli astanti sono palpabili. Alla fine dell’esibizione una standing ovation coinvolge anche gli avventori dei ristoranti vicini, in quello che per Cettina rimarrà “il momento più bello dell’intero mio viaggio”.

Condividi

Vent’anni senza Faber

Vent’anni senza Fabrizio De André. Manca il suo punto di vista, mai superficiale e sempre capace di scavare in profondità: magari colpendo un po’ a casaccio con il suo cucchiaio di vetro, come Coda di lupo. Chissà che avrebbe detto di certi governanti attuali, epigoni del ministro dei temporali dell’apocalittica Domenica delle salme: quello che “in un tripudio di tromboni/ auspicava democrazia/ con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni”. O di tutto l’odio che sembra avere occupato ogni spazio di discussione, rendendoci tutti più cattivi e disumani. Tifoserie rabbiose, pronte a scatenare la caccia all’uomo, sul web o nella realtà, sugli occhi stampata la furia dei soldati di Sidun: “cani arrabbiati/ con la schiuma alla bocca cacciatori di agnelli”.
E chissà di quanti nuovi indiani avrebbe cantato la tragedia, quanti dollari d’argento ci avrebbe indicato nel fondo del Sand Creek. Con quel suo sguardo unico, inconfondibile, che ci ha costretti a guardare dove non si doveva guardare, consegnandoci ritratti di personaggi derelitti, abbandonati ai margini della società. Con pennellate incancellabili di umanità. Quell’umanità oggi sulla difensiva, quasi un vezzo radical-chic del quale vergognarsi.
Fabrizio De André è un classico della cultura mondiale, come Dostoevskij, Garcia Lorca, Bosch o Bach. Un poeta che, tuttavia, per sfuggire alla mannaia crociana (“fino a diciotto anni tutti scrivono poesie; dopo, possono continuare a farlo solo due categorie di persone: i poeti e i cretini”), ha sempre preferito definirsi, “precauzionalmente”, un cantautore. Che non aveva verità da insegnare perché è sempre difficile stabilire cosa sia giusto e cosa sbagliato. Ma che a tutti coloro che viaggiano “in direzione ostinata e contraria” ha riconosciuto la dignità di esseri umani, il diritto a cercare di “consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità”: perché soltanto chi fosse capace “di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio”, potrebbe arrogarsi il diritto di giudicare uomini e avvenimenti.
La prospettiva di De André è sempre scandalosa rispetto al pensiero dominante. Dove altri scappano lui si sofferma, indaga, si interroga. L’antidecalogo del testamento di Tito ne rivela l’insofferenza per il potere istituzionalizzato, sia esso politico o religioso, e mette in risalto “la contraddizione che esiste tra chi le leggi le fa a sua immagine e somiglianza, a suo uso e consumo per potersi permettere anche il lusso di non rispettarle e chi è invece obbligato a rispettarle perché il potere non lo gestisce ma lo deve semplicemente subire”. Proprio quel Tito che indica la sola, umanissima, via di salvezza: «nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore».
I capolavori immortali di Fabrizio De André sono l’esito di uno studio gigantesco, di una ricerca continua e approfondita. I suoi testi hanno dato una scossa decisiva al panorama musicale italiano in anni che ancora erano di conformismo, se non di sudditanza agli schemi imposti dalla cultura dominante. Ha dato popolarità a Georges Brassens, ai vangeli apocrifi, alla poesia di Edgar Lee Masters; ha dato voce al ’68 e alla contestazione; ha spinto i più curiosi alla lettura di Àlvaro Mutis e Mario De Andrade. Infine Genova, la Sardegna, il Mediterraneo crocevia di culture e di sonorità sublimate nel capolavoro assoluto Crêuza de mä.
Ci piace pensare che, come il suonatore Jones, sia morto senza nemmeno un rimpianto. Quel rimpianto che invece cresce in noi, orfani delle sue parole: e adesso aspetterò domani – vent’anni senza Faber – per avere nostalgia.

Condividi

Nino Fedele, l’eufemiese di casa al Metropolitan di New York

Fedele Antonino, figlio di Francescantonio e Rosa Gentiluomo, nasce a Sant’Eufemia d’Aspromonte l’11 novembre 1916. Dopo gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, vissuti tra gli orti di “Campanella”, “Crasta” e “Candelisi”, si iscrive all’Università e si laurea in Giurisprudenza e Scienze Politiche. Partecipa alla seconda guerra mondiale come tenente pilota dell’Aeronautica militare e, nel dopoguerra, vince un concorso per ispettore delle Poste e Telecomunicazioni che ne determina il trasferimento a Roma, nel 1948. Nella capitale può coltivare i suoi interessi per la letteratura e soprattutto per la musica, un retaggio di famiglia trasmesso a Nino ed ai suoi fratelli dal padre, suonatore di violino in chiesa e appassionato cultore di musica classica e lirica. Frequenta il “Teatro dell’Opera” e incomincia a scrivere i primi articoli di critica musicale. Il 31 luglio 1950 sposa Angelina Luppino, ma già l’anno successivo solca l’Oceano Atlantico. Poliglotta (conosce l’inglese, il tedesco e lo spagnolo), ben presto diventa critico musicale per il più diffuso e influente giornale statunitense in lingua italiana: “Il Progresso Italo-Americano”, fondato da Carlo Barsotti nel 1880 e pubblicato in edizione quotidiana, che conobbe il suo periodo d’oro tra le due guerre mondiali, sotto la guida di Generoso Pope. In pochi anni Nino Fedele diventa un autorevole giornalista e il 26 maggio 1959 viene naturalizzato cittadino statunitense.
Per lunghi decenni recensisce le performance degli artisti che si esibiscono a Broadway, nel celebre “Metropolitan Opera House”, anche quando il quotidiano cesserà le pubblicazioni (1988) e la sua eredità verrà raccolta da “America Oggi”, che ancora oggi viene stampato: “per trent’anni – scrive Carmelita Tripodi – è stato un osservatore preciso, quasi pignolo, del cosmo musicale americano ed internazionale, del quale ha scritto con passione innumerevoli piccole pagine di storia” (“Incontri”, gennaio-marzo 1992).
I suoi articoli “ritraggono” i più grandi artisti: la bellissima Anna Moffo, Anselmo Colzani, Luciano Pavarotti, Renata Tebaldi, Renata Scotto, Mario Del Monaco e la “divina” Maria Callas. Con alcuni di loro Fedele intrattiene anche significativi scambi epistolari. In una lettera, Renata Tebaldi (già affermatissima “voce d’angelo”, secondo la celebre definizione del direttore d’orchestra Arturo Toscanini) gli rivolge infatti parole di sincero ringraziamento, che Isabella Loschiavo riporta in un articolo per “Incontri” (aprile-giugno 1997): «Lei sa cogliere tutte le sfumature, conosce perfettamente ogni opera e sa bene quello che dice».
Moltissimi gli scritti di Fedele dedicati alle opere di Puccini. In particolare, apprezza la “Bohème” che, il 14 aprile 1975, segna l’esordio al Metropolitan di Katia Ricciarelli accanto a José Carreras. La sua acuta penna passa al vaglio la messa in scena delle opere di Gaetano Donizetti, Giuseppe Verdi, Pietro Mascagni, Francesco Cilea, che conobbe personalmente nell’abitazione romana dell’amico d’infanzia Nino Zucco, altro illustre eufemiese, in grande intimità con l’autore di Adriana Lecouvreur; ma si occupa anche di compositori non italiani: Richard Wagner, Jules Massenet, Benjamin Britten. In occasione del decimo anniversario della morte di Toscanini, celebra a tutta pagina il Maestro “simbolo imperituro del genio italiano”.
Nel 1982 gli viene assegnato il premio “Calabria d’Oro”: «Per aver portato oltre confine la sua passione di calabrese, per aver sostenuto con coraggio la voce più alta della nostra arte, per aver testimoniato l’apporto italiano al progresso americano».
Nel 1984 il presidente Sandro Pertini lo insignisce dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana.
Muore a Brooklyn il 5 gennaio 1992.

*Fonti:
– Ufficio Anagrafe e Stato civile del Comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte, “Registro delle nascite” (anno 1916);
– Isabella Loschiavo, Scrittori, poeti e giornalisti di Sant’Eufemia d’Aspromonte (terza parte), rivista “Incontri”, aprile-giugno 1997;
– Carmelita Tripodi, Deceduto in Usa il dottor Antonino Fedele, rivista “Incontri”, gennaio-marzo 1992;
– Nino Zucco, Incontri, Edizioni E.P.A.R., Roma 1978, pp.66-68.

**La foto è tratta dalla rivista “Incontri”, gennaio-marzo 1992.

Condividi

Chiedi chi erano i Wood

Nell’estate del 1969 c’era stato il festival di Woodstock, la tre giorni di musica più celebrata della storia, mentre negli anni Settanta la band inglese “The Who” passava da un successo all’altro. Influenze che arrivano in provincia con qualche anno di ritardo, ma con un’immutata carica di rivoluzionare costumi e tendenze di una società che il ’68 aveva stravolto. Riguardando a quegli anni balza evidente che il desiderio di cambiare il mondo era uguale per i giovani di Milano, Berkeley o Sant’Eufemia d’Aspromonte. I più impegnati erano attivi nelle scuole, nelle università e sui luoghi di lavoro. Poi c’era chi “faceva politica” con comportamenti individuali trasgressivi, spesso non compresi da una comunità che restava fondamentalmente arretrata, incapace di avvertire il vento di un cambiamento epocale. Minigonne e capelli lunghi non passavano inosservati in un paesino dell’Aspromonte: eppure ci furono ragazzi e ragazze che “sfidarono” genitori e benpensanti in nome di una libertà che era anche quella di vestirsi a proprio piacimento.
La musica diventa il grimaldello per scardinare vecchie convenzioni; le note, ali sulle quali fare volare il sogno di un mondo governato dalla fantasia, dalla bellezza, dall’amore. È il periodo d’oro per i complessi musicali, che si costituiscono un po’ ovunque e consentono inedite opportunità di incontro e relazione tra i due sessi.
Nascono così a Sant’Eufemia nel 1973 i “Wood”, il cui nome è un omaggio al paesaggio locale e, per assonanza, un richiamo esplicito al gruppo di Pete Townshend. La formazione iniziale è composta da Cosimo Luppino (chitarra elettrica e voce), Totò Orlando (tastiere), Natale Condello (batteria), Armando Calabrò (basso), ai quali in un secondo momento si unisce Mimmo Lupoi (chitarra acustica e voce). Qualche anno prima avevano in realtà segnato il cammino i “Pupi 32”, fondati dai cugini Pupo (entrambi sedicenni, da cui il nome): Vincenzo alla chitarra, Mimmo alla tastiera e voce, Cecè Tripodi al basso, Cesare Bille alla batteria. I Wood raccolgono però l’eredità di un altro gruppo, i Sud Boys (o Ragazzi del Sud): Luigi Nolgo (voce), Saverio Infantino (chitarra), Pino Fiorentino (chitarra da accompagnamento), Gaetano Chirico (batteria), Totò Orlando (tastiere) e, nella fase finale, Cosimo Luppino. Saranno proprio questi ultimi due a fare da trait d’union tra Sud Boys e The Wood, dopo le defezioni di coloro che per motivi di studio o di lavoro sono costretti ad andare via dal paese.
Totò Orlando è il componente che ha più familiarità con note e spartiti per via del genitore, il Maestro Vincenzo Orlando, clarinettista uscito dal conservatorio di San Pietro a Majella, anche se il colpo di fulmine, in lui, scocca ascoltando il suono della tastiera dei Pupi 32. Cosimo Luppino è un eclettico chitarrista infatuato di Carlos Santana, le corde della sua Gibson SG Custom “diavoletto” sprigionano sonorità che toccano l’anima. Natale Condello, che si innamora della batteria assistendo alle prove dei Sud Boys nel “basso” di don Pepè Chirico (medico condotto, papà di Gaetano), racimola fortunosamente una Hollywood Meazzi d’ennesima mano a Messina. Armando Calabrò, che come Mimmo Lupoi è di Sinopoli, porta in dote il basso dal disciolto gruppo musicale “Angeli azzurri”.
La band è composta da “bufali” e “locomotive”. I primi (Luppino, Condello) suonano ad orecchio, si lasciano trascinare dall’istinto, azzardano soluzioni creative: come il bufalo di De Gregori scartano di lato e per questo, ogni tanto, cadono. I secondi (Orlando, Calabrò) sono fedeli esecutori dello spartito, locomotive dalla strada segnata. La forza del gruppo è nell’equilibrio tra queste due spinte, l’estro di Luppino ricondotto da Orlando a struttura musicale ordinata.
Il repertorio dei ragazzi, nazionale e internazionale, viene costantemente arricchito dalle musicassette pirata acquistate nel mercato domenicale e dall’ascolto religioso di programmi radiofonici che divulgano le novità musicali del momento: “Per voi giovani”, condotto tra gli altri da Carlo Massarini e Raffaele Cascone; “Supersonic” (Tullio Grazzini), “Pop-Off” (Maria Laura Giulietti, Massarini, Cascone e altri).
Mimmo Lupoi incrementa le soluzioni artistiche e la scaletta del gruppo, ma soprattutto consente un salto di qualità significativo con l’acquisto di un impianto voce Montarbo da 700 watt, per quei tempi e in quel contesto un vero e proprio lusso. Come i loro predecessori i Wood suonano in paese e nel circondario, in occasione di serate danzanti, veglioni di capodanno, matrimoni e feste. Le trasferte sono avventurose: su un pulmino Volkwagen noleggiato oppure stipati dentro un’unica vettura, propria o di fortuna quando riescono a strappare un passaggio.
Sono ragazzi pieni di vita che al di là delle esibizioni sul palco fanno musica estemporanea, correndo a sperimentare per ore ed ore nuove soluzioni, quando non tirano tardi in piazza con chitarre e bongo, aggiungendo un pizzico di magia al cielo stellato dell’estate eufemiese. Qualcuno storce il naso («Che fanno questi?»), altri approvano quella sana goliardia che li spinge a parlare con un’inflessione nordica in un concerto tenuto a Gallico, pubblicizzato con una locandina geniale: “per la prima volta in Calabria”. Per una settimana, a Delianuova curano l’accompagnamento dei concorrenti dello “Zecchino Deliese”, ma eseguono anche brani propri, rifacendosi all’esperienza dei Sud Boys che qualche anno prima avevano organizzato nei locali del cinema di Sant’Eufemia un partecipatissimo festival per ragazzi.
Ogni tanto qualcuno passa a trovarli mentre provano nel primo piano che si affaccia sulla centralissima via Maggiore Cutrì. Dall’altro lato della strada c’è la sede della camera del lavoro e da lì accorre ebbro di gioia il segretario Vincenzo Gentiluomo (“u brigghiu”), per la storica vittoria del partito comunista e l’elezione a sindaco del professore Peppino Pentimalli: «Abbiamo vinto! Abbiamo un sindaco comunista! Suonate bandiera rossa!» – la richiesta, esaudita, mentre sotto una folla festante canta l’inno dei lavoratori.
La storia dei Wood è un’esperienza che si esaurisce quando prendono il sopravvento le necessità materiali dei suoi componenti, alcuni dei quali sono costretti all’emigrazione. Una parentesi esistenziale che tuttavia chiarisce la visione di una generazione, affascinata dallo spazio sconfinato della prateria e dal sogno inteso – alla Ivano Fossati – come elemento fondamentale della vita di ogni giovane: “un tempo bellissimo, tutto sudato, una stagione ribelle […]; un tempo sognato, che bisognava sognare”.

Condividi

Una pillola di Faber

Il mio “incontro” con Fabrizio De André è stato molto precoce, intorno ai tredici anni. Merito del professore Saverio Garzo, che d’estate caricava di ragazzini la sua BMW 316 e li portava al mare. Tra le musicassette che facevano da colonna sonora per il viaggio, una raccolta di canzoni di De André, che così entrò nella mia vita. Pochi anni dopo ricevetti come regalo per il mio compleanno il vinile di Tutti morimmo a stento e, successivamente, il doppio album del live con la Premiata Forneria Marconi.
“Faber” ha una grande responsabilità sulla mia formazione. Ci sono i libri letti e le persone conosciute, le esperienze fatte, certo. Ma c’è anche lo sguardo di De André sugli ultimi, la sua capacità di offrire sempre una visione del mondo diversa da quella “ufficiale”, l’umanità dei ritratti di derelitti che la società spinge ai margini, non vuol vedere o – peggio ancora – condanna in virtù di una presunta morale della quale è depositaria il Potere: ladri, prostitute, travestiti, drogati, assassini.
Dietro le canzoni di Fabrizio De André c’è uno studio gigantesco, una ricerca continua e approfondita, originale, delle culture non soltanto musicali del suo tempo. Georges Brassens e l’anarco-individualismo nella primissima fase della sua carriera. I vangeli apocrifi studiati per raccontare nell’album La buona novella la vicenda del “più grande rivoluzionario di tutti i tempi” attraverso gli occhi degli esclusi: un’operazione che porta i personaggi del Vangelo a perdere un po’ di sacralizzazione “a vantaggio di una loro maggiore umanizzazione” e che si manifesta clamorosamente in quella sorta di antidecalogo che è Il testamento di Tito: «nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore».
Genova, la Sardegna, infine il Mediterraneo crocevia di culture e di sonorità sublimate nel capolavoro assoluto Crêuza de mä. E ancora: il ’68 e la contestazione in Storia di un impiegato; Edgar Lee Masters con la sua Antologia di Spoon River tradotta da Fernanda Pivano in Non al denaro, non all’amore né al cielo, una contaminazione tra generi che dimostra come la musica e la letteratura possono fondersi senza perdere bellezza, forza, profondità. Le collaborazioni con Giuseppe Bentivoglio, Francesco De Gregori, Massimo Bubola, la Premiata Forneria Marconi, Nicola Piovani, Ivano Fossati nell’ultimo straordinario lavoro, Anime salve: ancora un viaggio – l’ultimo – denso di suggestioni, per riuscire a dare voce a chi “viaggia in direzione ostinata e contraria” e per riconoscere a tutti la possibilità di “consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità”. Ma anche la premonizione dell’imminente congedo nel sibillino “mi sono visto che ridevo/ mi sono visto di spalle che partivo”, nella canzone che dà il nome all’album.

Condividi

Muti, Cilea e un po’ di Sant’Eufemia sconosciuta

Le immagini della visita di Riccardo Muti al mausoleo di Francesco Cilea, a Palmi, hanno riportato alla mia mente una curiosità storica della quale forse non tutti sono a conoscenza. L’autore di Adriana Lecouvreur nacque infatti a Palmi il 23 luglio 1866, figlio dell’avvocato Giuseppe e di donna Felicia Grillo. Nelle sue vene scorreva però una parte di sangue eufemiese: quello della nonna Rachele Parisi, figlia di Francesco e Marianna Capoferro, la quale a 23 anni, il 2 giugno 1822, aveva sposato il ventottenne Francesco Cilea, medico originario di Pentidattilo. L’atto di matrimonio, redatto dall’allora sindaco di Sant’Eufemia Antonino Luppino, è conservato nel “Registro dei matrimoni” (anno 1822), presso l’Ufficio Anagrafe e Stato civile.

Un altro filo rosso che lega Cilea alle pendici dell’Aspromonte ci porta invece dritti a Nino Zucco: pittore, scrittore e scultore originario di Sant’Eufemia sulla cui opera l’8 aprile 2013 l’amministrazione comunale ha organizzato un convegno, grazie all’input arrivato da una serie di articoli e interventi che su questo blog avevano denunciato l’oblio ingiustamente calato su uno degli eufemiesi più illustri del Novecento.

Zucco fu infatti spesso ospite della casa del compositore palmese, sia a Roma che a Varazze, in provincia di Savona, dove Cilea trascorse gli ultimi anni di vita. È opera di Zucco il celebre quadro che ritrae il Maestro seduto al pianoforte. Così come il disegno a carboncino che ne riproduce il volto sofferente, a pochi giorni dalla morte.

Fu proprio grazie all’opera di convincimento di Zucco che la moglie di Cilea, inizialmente contraria, acconsentì di rilevare il calco del viso del marito per realizzarne la maschera funeraria.

A trent’anni dalla morte (1981), Zucco diede alle stampe il ricordo e il carteggio attestanti il rapporto “di profonda devozione da parte mia e di benevolenza e affettuosa amicizia da parte del maestro per me che durò fino alla sua morte” (Francesco Cilea. Ricordi e confidenze, Barbaro editore). Un’amicizia iniziata negli anni Quaranta, quando Cilea volle conoscere personalmente l’autore dell’articolo a lui dedicato dal quotidiano newyorkese in lingua italiana “Il Progresso Italo-Americano” del potentissimo Generoso Pope, sul quale a lungo scrisse anche il giornalista e critico musicale Nino Fedele, un altro eufemiese illustre.

Condividi

Elvis Aloha from Hawaii

Quando sul giornale ho letto che stanotte (23.55 circa) su Rai2 il programma Leggende Rock proporrà il concerto che Elvis Presley tenne a Honolulu il 14 gennaio 1973, ripreso in mondovisione e seguito da più di un miliardo di persone, sono subito corso a prendere il doppio album uscito qualche mese dopo.

All’interno del disco, acquistato dai miei genitori a Carlton (Australia), dove siamo nati io, Luis e Mario, la frase “Elvis ti amo” in tutte le lingue del mondo.
E poi, a guardare con attenzione, i contorni dell’Italia ripassati con un pennarello, perché sapessimo dove si trovava l’Italia, la nostra patria di emigrati all’estero.

“L’Italia ha la forma di uno stivale”: eravamo già all’entrata di Sant’Eufemia e Luis chiedeva quando saremmo arrivati in Italia. Noi piccoli lo stivale non l’avevamo ancora visto.

Condividi

Addio all’uomo con l’armonica

Avrebbe compiuto 85 anni il prossimo 10 settembre Franco De Gemini, probabilmente il più celebre suonatore di armonica a bocca italiano, scomparso il 20 luglio.

Per tutti “Harmonica Man”, il suo strumento musicale ha risuonato in colonne sonore passate alla storia del cinema italiano: Per un pugno di dollari; Il buono, il brutto, il cattivo; Lo chiamavano Trinità, per citare le più note.

Raggiunse la consacrazione con le tre note che Ennio Morricone gli fece eseguire in C’era una volta il West di Sergio Leone (1968), film in cui De Gemini prestò il fiato al misterioso meticcio “Armonica”, interpretato da un grandissimo Charles Bronson.

L’intervista proposta nel video è tratta dalla rubrica del Tg3 “Persone. Ritratti di donne e uomini”, di Rita Cavallo e Ettore Cianchi, a cura di Massimo Angius, Filippo Nanni e Luciano Riotta.

Condividi