La roccia sul mare

I ricordi sono cardi che pungono rimpianti. Anche il ricordo della felicità, quando non è gioia ma nostalgia desolante della rosa appassita. Come una vertigine sull’abisso. Con un appiglio a portata di mano un equilibrio precario potrebbe trovarsi, ma la dimensione dei ricordi è da acrobata senza rete. Un tuffo nel vuoto che fa tremare il cuore, nell’infinita sospensione degli occhi distolti dallo sguardo di Medusa. Non è il sogno dai contorni sfocati che al risveglio lascia una condizione di inspiegabile serenità; che fa stare bene nonostante non si conosca il motivo della calmerìa. Non aiuta a scalare la montagna dell’indefinita tristezza del giorno dopo.
Felicità e dolore sono sentimenti soggettivi. Quante volte ci siamo sentiti morire, e invece siamo poi sopravvissuti? Quante volte abbiamo creduto di accarezzare le nuvole con l’indice, per poi scoprire la ferocia della nostra vanità?
Così come non si è felici in modo uguale, si è infelici ognuno a modo proprio. Imboccare l’uscita d’emergenza è esercizio di sopravvivenza che richiede ali da volo migratorio e muscoli allenati all’urto.
Di quanto fummo felici ce ne accorgiamo quando non lo siamo più, a incanto svanito. Forse perché la felicità è condizione eccezionale, che appare e scompare senza annunciarsi, che non saluta prima di allontanarsi con le mani in tasca. Che non si lascia scoprire: se non dopo, quando sulla sabbia rimane l’impronta dei suoi passi. O mentre si insegue tra le onde la striatura di un miraggio illusorio che approda al nulla. Alla donna che il detenuto di Lucio Dalla, in “Una casa in riva al mare”, dalla cella del penitenziario di un isolotto immagina alla finestra, sulla sponda opposta della lingua di mare che li separa, e che mai incontrerà.

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Quindici anni di messaggi nella bottiglia

Quindici anni sono voci e volti, chi c’era e chi non c’è più, le parole dette e rimangiate, quelle non dette e sotterrate. Sono conferme e mutamenti, personali e generali. Chiudo gli occhi, li riapro e sono qua. A sopravvivere allo stordimento del vortice della vita che scorre inarrestabile. Con più rughe e capelli bianchi, con qualche ferita, in questo presente destinato a diventare passato come il 24 marzo 2010, quando il blog “Messaggi nella bottiglia” emise il primo vagito: “Minita”. Il nome con il quale mi presentavo da bambino, in Australia, non riuscendo ancora pronunciare bene “Domenic” (e a questo punto, il sublime Totò esclamerebbe: «Hai aperto la parente? Chiudila»).
Da quasi novecento articoli sono passate alcune esperienze personali e la vita degli altri, vista o ascoltata. Inseguita per soddisfare la curiosità nei confronti di ciò che si muove nella società, per imparare qualcosa da avvenimenti e persone scavando sotto la crosta di apparenze spesso fuorvianti. Non esiste una verità assoluta, ma tante verità. Buono/cattivo e giusto/sbagliato sono contrapposizioni tanto semplificatrici quanto insufficienti, poiché il manicheismo non ci tira fuori dal mischione intricato della realtà. Occorre piuttosto guardare i colori “da dietro”, come Antonio Albanese in un celebre monologo. Provare altri punti di osservazione, porsi interrogativi capaci di aprire a prospettive non previste che possono rivelarsi reali, in grado di mandare gambe all’aria incrollabili certezze.
“Messaggi nella bottiglia” è un diario personale, post-it su libri letti, canzoni ascoltate e film visti. È cronaca locale e globale. È un baule di ricordi, riempito da storie vissute o tramandate nel tempo. Ma è principalmente uno spazio di libertà assoluta, che non risponde a nessuno di contenuti e considerazioni dettati esclusivamente da interessi e gusti personali. Nella consapevolezza, comunque, che scrivere comporta sempre un’assunzione di responsabilità.
Il blog mi ha dato la possibilità di coltivare la passione per la storia, di scrivere di fatti e personaggi finiti nelle pagine dei libri che ho dedicato a Sant’Eufemia d’Aspromonte. Consentendomi così di fare opera di memoria attraverso la scoperta o la riscoperta di vicende minime che si incastrano come tessere del mosaico della storia grande.
Quindici anni fa il primo post, nel considerare come potesse risultare utile affidare alle onde virtuali della rete un messaggio dentro la bottiglia, si concludeva con la citazione del titolo di un libro di Leonardo Sciascia: “A futura memoria”. Pubblicata nel 1989, la raccolta di articoli scritti dal maestro di Racalmuto recava come sottotitolo “se la memoria ha un futuro”. Una preoccupazione – si parva licet – che di certo non è estranea a chi, concentrandosi sulla dimensione locale degli avvenimenti, svolge attività che si prefiggono di mantenere vivo il senso di appartenenza alla propria comunità.

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Redemption Song

Oggi Bob Marley avrebbe compiuto ottant’anni. Come molti miti ci ha lasciati ancora giovane, a trentasei anni nel 1981. D’altronde, si sa, “gli eroi son tutti giovani e belli” (La locomotiva, Francesco Guccini). C’è stato un momento preciso nel quale le sue parole mi hanno aiutato a sperare, facendomi sentire libero anche quando libero non ero, in un afoso pomeriggio di fine luglio. Tra gente impegnata a riempire in qualche modo giornate sempre uguali.

«Riusciamo finalmente ad organizzare una partita di calcio, nel cortile grande. Mi sembra di essere tornato ragazzino, quando davo calci al pallone ovunque: in piazza, nei cortili, in pineta, per strada. Giochiamo cinque contro cinque, le porte sono dipinte sul muro. Come nel film “Ragazzi fuori”, di Marco Risi.
Le squadre sono multietniche. I ragazzi di colore, nigeriani, sono strutturalmente piazzati bene: alti, grossi e palestratissimi. Tutti i giorni dedicano qualche ora agli esercizi fisici nelle “palestre” improvvisate in cella. Tre giocano nella mia squadra. Domenique somiglia al giocatore del Milan, Kessie. Patrick a fine partita mi chiede l’età e pompa il mio ego osservando che gioco proprio bene. Piccole soddisfazioni. Con Luky ogni tanto facciamo anche una partita a scopone nella saletta.
Quasi tutti i giorni i detenuti nigeriani intonano qualche pezzo di Bob Marley mentre giocano a carte. Durante un’esecuzione sono intervenuto per sostenere che, secondo me, la più bella canzone del mito giamaicano è “Redemption Song”. La canto insieme a Luky: “Won’t you help to sing/ these songs of freedom/ ’cause all I ever have/ redemption songs”.
Chissà quando arriverà per me il canto della liberazione».
(Luglio 2020)

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Buon 2025

Erri De Luca ricorda che – secondo un vecchio proverbio – tre anni dura una siepe, tre siepi un cane, tre cani un cavallo, tre cavalli un uomo. Nelle sue tre fasi, l’andatura della vita umana ricalca il ritmo del cavallo: al galoppo nella gioventù, al trotto in età adulta, al passo quando gli anni cominciano a pesare. «Ma il tempo, il tempo chi me lo rende?», si chiede Francesco Guccini nell’intimo brano “Lettera”.
Senza il tempo non ci sarebbe la vita, costretti come siamo tra un inizio e una fine. Ed è inevitabile – ogni volta che la punta della biro punge il foglio – riflettere sugli anni che passano, con il loro carico di nostalgia. Con assenze che diventano buchi neri nei quali si rischia di affogare, quando sulle sedie vuote lampeggia il conto alla rovescia di una ricorrenza. Chiedersi se sia andata come avremmo desiderato, o se piuttosto il punto sia una liberazione, da trasformare in un trampolino dal quale saltare in groppa al futuro.
Chiunque commette errori, ha rimpianti, riscriverebbe qualche pagina scarabocchiata male. Ma viviamo nel presente e, ogni volta, è sempre una novità. Siamo ciò che siamo in una determinata circostanza, non le inutili ruminazioni del senno di poi.
Non ha senso la camicia di Nesso di ciò che poteva essere e non è stato. Vivere “bene” presuppone una buona dosa di accettazione, che non è rassegnazione, bensì la consapevolezza che l’esperienza è un’invenzione del giorno dopo.
Bisognerebbe abbandonarsi al mistero del viaggio, ai suoi incontri e alle sue emozioni. Gustare il bicchiere mezzo pieno, non recriminare sulla metà vuota. Riscoprire il fascino della lentezza per riuscire ad apprezzare il paesaggio, ascoltare il vento, avvertire colori e odori di un’avventura comunque affascinante. Farne post-it da attaccare all’anima, come gli attimi collezionati da Heinrich Böll.
“Richiamare in cuore” è l’etimologia della parola ricordo, che procede a passo lento, ma deciso, per contrastare l’oblio che incombe sul frenetico usa e getta di giornate uguali. Un viaggio, anche questo, che richiede occhi indomabili.
E allora buon anno a chi ha un motivo per non arrendersi e a chi, pur non intravedendolo tra i nuvoloni gravidi di pioggia, non smette mai di cercarlo.

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La panchina di Vincenzo

Ho perso un amico. Può apparire insolito adoperare un termine, già di per sé impegnativo al giorno d’oggi, in riferimento al rapporto istauratosi tra due uomini anagraficamente così distanti. Eppure gli ottantacinque anni di Vincenzo Martino non sono stati di ostacolo alla bella amicizia che c’è stata tra noi. Merito suo, uomo d’altri tempi capace di misurarsi con questi tempi senza recedere un centimetro dalle sue salde convinzioni, dal valore irrinunciabile del rispetto e dalla sacralità della parola data. Un uomo austero, intransigente, essenziale come le frasi non sprecate, mai fuori luogo. Ho avuto il privilegio di apprezzarne la coerenza e il rigore morale grazie ad una frequentazione diventata via via assidua. Quotidiana come il caffè consumato al bar ogni mattina, o seduti sulla panchina sotto casa sua: un piacevole pretesto per vedersi, per stare un po’ insieme e per confrontarsi su ciò che leggevamo sui giornali, ascoltavamo in televisione, vedevamo accadere in paese. Dal globale al locale, il suo punto di vista mi interessava; la stessa cosa valeva per lui.
Quando poi il passato prendeva il sopravvento, i suoi racconti mi portavano in un mondo che non ho conosciuto ma che ho potuto rivivere attraverso i suoi occhi. Ho ascoltato con riverenza i suoi ricordi degli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, la dura vita dei contadini, il sudore e il sangue di esistenze che hanno regalato a chi è venuto dopo un orizzonte diverso. Il lavoro nei campi con il padre («Lui sì che era un comunista vero. Oggi non ce ne sono più; neanche io lo sono»), a zappare la terra o a “rampare” gli uliveti. Il paese attraversato zappa in spalla di buon mattino, a volte inutilmente se il maltempo costringeva la squadra dei braccianti a fare ritorno a casa, a mani vuote dopo un paio d’ore di cammino all’andata e altrettante al ritorno. I muri tirati su a Gambarie, dove ci eravamo riproposti un giorno di andare, affinché io vedessi. Le stagioni alla guida dell’Ape per portare nei mercati i prodotti dei contadini delle nostre campagne. Gli anni da operaio delle Ferrovie, inizialmente sulla ionica, poi a Gioia Tauro.
Alla propria famiglia ha donato tutto sé stesso, dai figli e dai nipoti ha ricevuto amore smisurato, attenzione e cura.
Comunista tutto d’un pezzo, la sua più grande passione è stata la politica intesa come appartenenza («Al Partito volevo bene come a mio padre»), lotta contro le ingiustizie sociali e per il riscatto degli ultimi. Il voto come diritto, ma soprattutto dovere («Non votare, per me, sarebbe come per un credente non entrare in chiesa. Lo farò finché avrò la forza di respirare»), da assolvere il prima possibile, magari aspettando all’ingresso della sezione l’arrivo dei componenti del seggio elettorale.
Fu al mio fianco quando fui candidato a sindaco. Ci mise cuore ed impegno senza risparmiarsi, con coraggio e lealtà perché ci credeva. E questo è stato per me il più bel regalo. Abbiamo parlato molto negli ultimi anni: delle sue parole spero di fare tesoro, ora che mi mancheranno.

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Tutto è bene quel che finisce bene

Sant’Eufemia è tornata al suo posto. Nei giorni scorsi avevo dato la spiacevole notizia della scomparsa della statuetta di Sant’Eufemia che da tre anni si trova nella chiesa di Ognissanti a Londra. Con la statua, erano anche scomparsi il piccolo altare, le piante e i fiori: un trafugamento inspiegabile, ma anche misterioso per le sue modalità.
Ad aggiungere mistero al mistero, è di oggi la bella notizia che altare, statuetta, piante e fiori sono nuovamente al centro di una delle finestre della All Saints Church New Cross.
Può darsi che chi ha commesso il furto sacrilego si sia in un secondo momento ravveduto. Chissà, forse come nel Canto di Natale di Dickens, l’avvicinarsi del Natale ha aperto il cuore del novello Scrooge.
Oppure che abbia ragione Padre Grant, il quale ha così commentato la scoperta fatta una volta entrato in chiesa: «Forse qualcuno ha avuto bisogno di averla accanto per qualche giorno, per trovare conforto nella sua presenza. Il suo ritorno è un invito a non perdere mai la speranza sulla natura generalmente benigna dell’essere umano».

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Rubata a Londra la statuetta di Sant’Eufemia

Del piccolo altare è rimasta solo l’ombra sul muro, come i segni lasciati sulle pareti del castello Voltaire dai mobili che non ci sono più, nel celebre romanzo Atlante occidentale di Daniele Del Giudice.
Accostato di lato, anche il pannello illustrativo che racconta la storia di Sant’Eufemia infonde mestizia. Spariti anche i fiori e le piante. Sparita, ovviamente, soprattutto lei, la statuetta della patrona che tre anni fa con mio fratello Mario avevamo deciso di fare arrivare a Londra (Sant’Eufemia a Londra) e che era stata collocata al centro di una delle finestre della All Saints Church New Cross, la chiesa di Ognissanti in stile neogotico distante una trentina di minuti da Trafalgar Square.
Grande accoglienza allora, sintetizzabile nelle parole di una parrocchiana della multietnica comunità di New Cross: «È bellissima, ha l’aspetto di una che ascolta. Le porterò dei fiori: tutti meritiamo di essere ascoltati».
E grande amarezza oggi, che il giovane parroco Padre Grant non ha nascosto nel momento in cui ha dovuto comunicare l’accaduto: «Purtroppo questo è il mondo in cui viviamo, dove una cosa del genere diventa accettabile, perché non sorprende».
In effetti, i tempi questi sono… Ma ci riproveremo.

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La giornata mondiale degli insegnanti

Non è facile essere insegnanti, oggi. A volte, occorre una sviluppata propensione al martirio. Per motivi noti a tutti, sui quali periodicamente si discute senza che si riesca a restituire a questa straordinaria missione (definirla soltanto una “professione” sarebbe riduttivo) il prestigio e l’autorevolezza di tempi ormai andati. Di prima delle risme di circolari ministeriali, della più varia burocrazia, dell’intrusione mortifera delle famiglie nelle questioni scolastiche.
Appartengo ad una generazione per la quale gli insegnanti stavano giusto un gradino sotto i genitori. Ovviamente, non a scuola: dentro l’aula non ce n’era per nessuno, la loro autorità non si discuteva e, a dirla tutta, nessun genitore si sarebbe mai sognato di farlo.
Oggi ricorre la giornata mondiale degli insegnanti, anche se mi pare ci sia poco da festeggiare. È tuttavia l’occasione per un tuffo nel passato, che in ogni campo della vita costituisce sempre un efficace artificio per sfuggire alle miserie del presente.
Nello specifico, se mi guardo indietro non posso che concludere di essere stato molto fortunato. Ho avuto ottimi insegnanti, sia sotto il profilo didattico che dal punto di vista umano: maestri ed educatori che hanno inciso profondamente sulla mia crescita, facendo di me l’uomo che oggi sono.
Negli anni delle elementari, la maestra Rina De Leo mi ha insegnato a leggere speditamente, a non sbagliare le “e” con l’accento e le “a” con l’acca, ma soprattutto mi ha educato al rispetto dei ruoli. Senza bisogno della bacchetta, dei ceci sotto le ginocchia, della punizione dietro la lavagna. Con la tenerezza di una madre. Una lezione che non ho dimenticato.
Alle medie, il professore Aldo Coloprisco (oggi compie gli anni: auguri!) mi ha fatto capire che non basta conoscere le date storiche più importanti o la biografia degli autori più famosi. L’attività teatrale che svolgevamo durante l’anno è servita a responsabilizzare noi ragazzi e a convincerci che il posto in cui viviamo è nostro. Buon cittadino è colui che si spende per rendere più bella la realtà nella quale vive, contribuendo alla sua crescita mediante l’aggregazione, la partecipazione ad iniziative socio-culturali, il coinvolgimento nei processi di integrazione di coloro che in genere vengono emarginati.
Nel quinquennio liceale, il professore Rosario Monterosso mi ha trasmesso l’amore per la storia: devo a lui i libri che ho scritto. Aveva valori solidi e non negoziabili, da uomo serio e rigoroso. Mi ha insegnato che, quando si osserva un fenomeno, non bisogna fermarsi alle apparenze; che, di fronte ad una “verità”, bisogna cercare un punto di osservazione diverso. Tentare di indossare le scarpe altrui, senza rinunciare alle proprie idee.
Qualche anno fa ho avuto una disavventura. Il professore Monterosso non c’era già più e, almeno, si è risparmiato un bel po’ di amarezza. C’erano però un migliaio dei suoi libri nella mia biblioteca, e quella notte un po’ di stupore tra i presenti lo suscitarono. Pensai spesso a lui e ai nostri incontri nei mesi a seguire, mentre la maestra De Leo e il professore Coloprisco riuscirono a farmi pervenire parole di grande affetto e vicinanza, che mi emozionarono. Non si tratta soltanto di gratitudine. In questi tempi veloci, che tutto travolgono, guardare al passato può essere utile per illuminare il presente.

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Una veste di cento anni fa

Avrei voluto osservarti da vicino, starti accanto, in quella foto del 1925 che sembra una premonizione. Ci sono tuo padre, sopravvissuto alla carneficina del Carso nel ’15-’18, tua madre, le tue due sorelle, tuo fratello e, dietro di te, tua zia con la destra appoggiata alla tua spalla. Come un’investitura per te che, con i tuoi undici anni e con quegli occhi neri arrivati fino a me, gli accidenti della vita non potevi nemmeno immaginarli. Lei morta di parto, tu madre dei suoi figli a diciannove anni, più tardi sposa di suo marito.
Uno scampolo di stoffa diviso per tre rendeva le bambine uguali, un po’ impaurite o forse soltanto stupite dal magnesio della macchina fotografica che scattò l’unica immagine che ritrae tutta la tua famiglia.
Avrei voluto essere con te tra i banchi della scuola elementare, che sei riuscita a completare in un’epoca di analfabetismo dilagante, che non contemplava l’istruzione dei figli tra le priorità dei genitori. Guardarti mentre leggevi le lettere che parenti e amici ricevevano dai congiunti emigrati, osservarti china sul foglio quando eri la penna che portava lontano i racconti delle vite di qua. O con in mano la siringa di vetro, fatta sterilizzare nell’acqua bollente del suo contenitore in acciaio, prima di una puntura a grandi e piccoli della “rruga”.
Con te, mentre raccoglievi le olive o quando davi una mano nelle terre a “Crasta”, quando attendevi il ritorno di tuo marito dall’Aspromonte, una volta che aveva finito di sorvegliare la carbonaia. Un legno ruvido che la guerra nel Nordafrica e le mani callose avevano portato al comunismo e all’utopia di un mondo più giusto, dignitoso per gli ultimi della terra. Sul comodino, i ritratti severi di Stalin e Togliatti, ai quali contrapponevi rosario e libro delle preghiere, in una sorta di esorcizzazione domestica. Con te, quando mensilmente facevi il pane nel forno della “capurala” e poi lo sistemavi nella “cascia”.
Quella stessa cassapanca contiene oggi il poco che abbiamo potuto conservare della tua casa, della tua vita. Che era concentrata in due stanze, il gabinetto, il cucinotto con il fornello a tre fuochi e un piccolo giardino sul retro, pochi metri quadrati con piante e fiori di ogni specie. E poi, due figli da allevare, arrivati ad un’età per quei tempi avanzata: la piccola di casa da coccolare con la tazza di latte e le fette di pane portate nel letto. Sotto le lenzuola, per riscaldarle i piedi, un mattone tirato fuori dal braciere e, in caso di mal di gola, un calzino riempito con cenere viva da tenere arrotolato al collo come fosse una sciarpa.
C’ero, però, quando hai trasferito sui tuoi nipoti premura e generosità. Le ricorrenze segnate su un quaderno, da onorare estraendo per loro dal porta zecchini nero le banconote arrotolate a sigaretta. L’uscio sempre spalancato per i bambini che dal cortile si fiondavano dentro accaldati e sporchi. La merenda con pane, sale e olio. L’orzata, dolcissima, nel bicchiere che portava stampate sul vetro macchinine d’epoca. I gelati dal “grugno” o dalla “rofalazza”, annotati sulla “libretta” per quando saresti passata tu a saldare i conti. Ero rapito dalla treccia lunghissima che tenevi arrotolata sulla testa, fissata con tanti ferretti. Una corona nascosta sotto il foulard che, dopo la morte del nonno, restò per sempre nero.
E c’ero quando ormai non c’eri più, nuovamente bambina nel letto dei tuoi ultimi anni. Quando parlavi con persone che soltanto tu riuscivi a vedere. Quando chiamavi mamma tua figlia. Quando strapazzavi il bordo della maglia, nel tentativo di srotolare una veste immaginaria. Chissà, forse proprio quella dei tuoi undici anni.

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Settembre

«Settembre, andiamo. È tempo di migrare». Come i pastori di D’Annunzio, transumanti dalla montagna alla pianura, si parte. Da Sud a Nord. Chissà se è più amara la malinconia di chi va via o se lo sconforto opprime maggiormente chi resta. Se si riesce ancora a provare tristezza. Se ormai non sia soltanto rassegnazione. Nel 2023 la Calabria ha guadagnato il terzo gradino del podio nella speciale classifica delle regioni con la maggiore riduzione dei residenti (1.838.000, -4.6 per mille rispetto al 2022), dietro Sardegna e Basilicata. Dati ufficiali, che non tengono conto delle decine di migliaia di fuorisede, lavoratori o studenti che siano. Giovani che “magari tra qualche anno torno” e mantengono per questo la residenza nei comuni di origine.
Sempre più laureati e diplomati, ad arricchire di professionalità altre regioni e ad impoverire una terra disgraziata. Destinata allo spopolamento, costretta a subire politiche economiche sciagurate e responsabili del mantenimento di un’atavica condizione di inferiorità, che favorisce l’espulsione dei giovani. Non un grande novità, a leggere da Sud la storia d’Italia dall’Unità ad oggi.
Siamo passati dai viaggi in terza classe all’aereo, ma che abbiamo fatto la rivoluzione emigrando, diciamocelo: è una gran truffa. Abbiamo fatto e continuiamo a fare scelte legittime, per molti obbligate, ma dall’incidenza esclusivamente individuale, che nulla spostano sul piano generale.
Briganti o migranti, è stato sentenziato. E tali siamo rimasti. Bestie da fatica nel secolo scorso, professionisti qualificati nel nuovo millennio. Comunque banditi, nell’accezione pasoliniana del termine: banditi da una società che sta dalla parte dei potenti e degli ascari meridionali, servi o utili idioti dello status quo.
Non ci sono più lacrime, non c’è più rabbia. Forse è questo ciò che fa più male. Assuefatti ai treni pieni e alle colonne interminabili di automobili sull’autostrada, ci consoliamo con i logori cliché sui tramonti, la natura e le delizie culinarie dei nostri borghi. Come se davvero fosse possibile nascondere lo sradicamento e la soppressione di culture millenarie, sacrificate sull’altare di una omologazione feroce e cinica.
Il disincanto ci rende muti: incapaci di parlare tra di noi, a noi, continuiamo ad eludere il monito di Franco Costabile sulla necessità di “ragionare davvero con calma/ da soli/ senza raccontarci fantasie/ sulle nostre contrade”. Da questa incomunicabilità ha origine la frattura nella connessione con lo spirito dei luoghi, il loro abbandono esistenziale prima che fisico.
Settembre è nostalgia lacerante. Qualcosa finisce, qualcosa (forse) inizierà. In sottofondo, la triste melodia di ciò che era e più non sarà.

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