La roccia sul mare

I ricordi sono cardi che pungono rimpianti. Anche il ricordo della felicità, quando non è gioia ma nostalgia desolante della rosa appassita. Come una vertigine sull’abisso. Con un appiglio a portata di mano un equilibrio precario potrebbe trovarsi, ma la dimensione dei ricordi è da acrobata senza rete. Un tuffo nel vuoto che fa tremare il cuore, nell’infinita sospensione degli occhi distolti dallo sguardo di Medusa. Non è il sogno dai contorni sfocati che al risveglio lascia una condizione di inspiegabile serenità; che fa stare bene nonostante non si conosca il motivo della calmerìa. Non aiuta a scalare la montagna dell’indefinita tristezza del giorno dopo.
Felicità e dolore sono sentimenti soggettivi. Quante volte ci siamo sentiti morire, e invece siamo poi sopravvissuti? Quante volte abbiamo creduto di accarezzare le nuvole con l’indice, per poi scoprire la ferocia della nostra vanità?
Così come non si è felici in modo uguale, si è infelici ognuno a modo proprio. Imboccare l’uscita d’emergenza è esercizio di sopravvivenza che richiede ali da volo migratorio e muscoli allenati all’urto.
Di quanto fummo felici ce ne accorgiamo quando non lo siamo più, a incanto svanito. Forse perché la felicità è condizione eccezionale, che appare e scompare senza annunciarsi, che non saluta prima di allontanarsi con le mani in tasca. Che non si lascia scoprire: se non dopo, quando sulla sabbia rimane l’impronta dei suoi passi. O mentre si insegue tra le onde la striatura di un miraggio illusorio che approda al nulla. Alla donna che il detenuto di Lucio Dalla, in “Una casa in riva al mare”, dalla cella del penitenziario di un isolotto immagina alla finestra, sulla sponda opposta della lingua di mare che li separa, e che mai incontrerà.

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Quindici anni di messaggi nella bottiglia

Quindici anni sono voci e volti, chi c’era e chi non c’è più, le parole dette e rimangiate, quelle non dette e sotterrate. Sono conferme e mutamenti, personali e generali. Chiudo gli occhi, li riapro e sono qua. A sopravvivere allo stordimento del vortice della vita che scorre inarrestabile. Con più rughe e capelli bianchi, con qualche ferita, in questo presente destinato a diventare passato come il 24 marzo 2010, quando il blog “Messaggi nella bottiglia” emise il primo vagito: “Minita”. Il nome con il quale mi presentavo da bambino, in Australia, non riuscendo ancora pronunciare bene “Domenic” (e a questo punto, il sublime Totò esclamerebbe: «Hai aperto la parente? Chiudila»).
Da quasi novecento articoli sono passate alcune esperienze personali e la vita degli altri, vista o ascoltata. Inseguita per soddisfare la curiosità nei confronti di ciò che si muove nella società, per imparare qualcosa da avvenimenti e persone scavando sotto la crosta di apparenze spesso fuorvianti. Non esiste una verità assoluta, ma tante verità. Buono/cattivo e giusto/sbagliato sono contrapposizioni tanto semplificatrici quanto insufficienti, poiché il manicheismo non ci tira fuori dal mischione intricato della realtà. Occorre piuttosto guardare i colori “da dietro”, come Antonio Albanese in un celebre monologo. Provare altri punti di osservazione, porsi interrogativi capaci di aprire a prospettive non previste che possono rivelarsi reali, in grado di mandare gambe all’aria incrollabili certezze.
“Messaggi nella bottiglia” è un diario personale, post-it su libri letti, canzoni ascoltate e film visti. È cronaca locale e globale. È un baule di ricordi, riempito da storie vissute o tramandate nel tempo. Ma è principalmente uno spazio di libertà assoluta, che non risponde a nessuno di contenuti e considerazioni dettati esclusivamente da interessi e gusti personali. Nella consapevolezza, comunque, che scrivere comporta sempre un’assunzione di responsabilità.
Il blog mi ha dato la possibilità di coltivare la passione per la storia, di scrivere di fatti e personaggi finiti nelle pagine dei libri che ho dedicato a Sant’Eufemia d’Aspromonte. Consentendomi così di fare opera di memoria attraverso la scoperta o la riscoperta di vicende minime che si incastrano come tessere del mosaico della storia grande.
Quindici anni fa il primo post, nel considerare come potesse risultare utile affidare alle onde virtuali della rete un messaggio dentro la bottiglia, si concludeva con la citazione del titolo di un libro di Leonardo Sciascia: “A futura memoria”. Pubblicata nel 1989, la raccolta di articoli scritti dal maestro di Racalmuto recava come sottotitolo “se la memoria ha un futuro”. Una preoccupazione – si parva licet – che di certo non è estranea a chi, concentrandosi sulla dimensione locale degli avvenimenti, svolge attività che si prefiggono di mantenere vivo il senso di appartenenza alla propria comunità.

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L’Agape al Giubileo del volontariato

Nella programmazione delle attività del 2025, l’appuntamento più significativo per l’Agape” era la partecipazione alla due-giorni (8-9 marzo) del Giubileo del volontariato. Un’esperienza emotivamente intensa per i volontari, per i ragazzi accompagnati a Roma e per coloro che hanno voluto condividere con l’associazione il pellegrinaggio alla Porta Santa di San Pietro.
Nonostante i tempi siano stati molto ristretti, i viaggi mettono allegria e così è stato anche in questa circostanza, particolare per la varietà dei partecipanti: di tutte le età e con una nutrita componente di bambini (due di appena un anno) a fare da mascotte alla comitiva. Le attenzioni maggiori sono andate ai ragazzi affidatici da familiari ai quali non smettiamo mai di esprimere riconoscenza per quel “se sono con voi, siamo tranquilli”, che rappresenta per i volontari dell’Agape la gratificazione più bella. Ed è a questi genitori, fratelli e sorelle che corre il pensiero quando due giornate scarse bastano per comprendere quanta cura, quanta dedizione e quanto sacrificio ci siano in una quotidianità vissuta senza un lamento, spinti dalla forza invincibile dell’amore.
Impeccabile lo sforzo organizzativo dei responsabili delle celebrazioni giubilari, nonostante la massiccia partecipazione di pellegrini. Centinaia e centinaia di volontari pronti ad ogni passo a supportare i fedeli, a spiegare quando, cosa e come fare. Sin da sabato con il raduno in piazza Pia, dove alla presidente dell’Agape Iole Luppino è stata consegnata la Croce giubilare. Subito dopo la lettura della Lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5,1-5) è iniziato il pellegrinaggio verso la Porta Santa, lungo via della Conciliazione. Una lenta processione intervallata dalla lettura di due Salmi (122 e 84) e, davanti alla Chiesa di Santa Maria in Traspontina, di una riflessione tratta dalla Bolla di indizione del Giubileo, “La speranza non delude” (“Spes non confundit”, 24). Tra i canti intonati dal gruppo dell’Agape non poteva mancare “Su ali d’aquila”, per un’assenza – quella di Adelina Luppino – che a distanza di quasi vent’anni è ancora presenza viva e testimonianza di fede autentica. Infine, l’arrivo alla Porta Santa e la lettura della “liturgia di ingresso al santuario” (Salmo 24), prima di varcarne la soglia.
Domenica mattina piazza San Pietro era un tripudio di bandiere e colori, striscioni di incoraggiamento (“Papa Francè c’è”), sorrisi e abbracci. Come se tutti ci si conoscesse, o ci si riconoscesse, seduti accanto: gli accompagnatori dei fedeli sulle carrozzine in prima fila, fatti arrivare seguendo un percorso speciale fin sotto le statue di San Pietro e di San Paolo, ai piedi della scalinata; tutti gli altri gruppi nella piazza suddivisa in quattro settori.
Tanta l’emozione, nel momento in cui sugli schermi giganti è apparsa la bandiera con il logo dell’Agape. Tantissima quella sfociata nell’applauso della piazza quando il cardinale Michael Czerny – prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e delegato dal Papa a presiedere la Santa Messa – ha letto l’omelia di Papa Francesco, nella quale venivano ricordati i “tanti piccoli gesti di servizio gratuito” che “nei deserti della povertà e della solitudine” fanno sbocciare “germogli di umanità nuova: quel giardino che Dio ha sognato e continua a sognare per tutti noi”. Ed un ringraziamento: «perché sull’esempio di Gesù voi servite il prossimo senza servirvi del prossimo. Per strada e tra le case, accanto ai malati, ai sofferenti, ai carcerati, coi giovani e con gli anziani, la vostra dedizione infonde speranza a tutta la società».
Due giorni vissuti in una dimensione di serenità, lontano da tutte le cose importantissime, irrinunciabili, che finiscono per appesantire la vita. Senza averne per niente avvertito la mancanza.

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Kaguya, di Domenica Morabito

L’ikigai (“iki”: vita e “gai”: valore) è un’antica filosofia giapponese volta alla ricerca del senso della propria esistenza. Uno scopo apparentemente fuori dalla portata della protagonista del thriller Kaguya. La notte splendente di Noemi Falchi (Edizioni Other Souls), romanzo d’esordio di Domenica Morabito che ha già guadagnato ottime recensioni sui quotidiani nazionali.
Noemi Falchi è una cronista di nera che, a causa della controversa amicizia con il serial killer “Il Ninja”, viene retrocessa nella redazione di moda del giornale “La Finestra”. Una donna tormentata da demoni che non riesce a scacciare e che la tengono inchiodata ad un passato mai passato, oppressa dalla rabbia e dai sensi di colpa per la morte di persone care, rapporti familiari complicati, storie d’amore naufragate. Con il cuore che “si spezza sempre nello stesso punto”, Noemi è incapace di salvarsi da sé stessa, di scampare al vortice che la inghiotte nella spirale autodistruttiva dell’alcol e delle droghe: «Ho trentasei anni e non trovo motivi validi per arrivare a trentasette».
La scomparsa e poi il ritrovamento del corpo dell’amica Charlotte, vittima di un macabro rituale di morte, squadernano una realtà di violenza nella quale niente è come sembra. Domenica Morabito trascina il lettore nel buco nero della vendetta intesa come possibilità: né giusta, né ingiusta. Così è stato per il Ninja, la vittima che diventata carnefice, ma anche il personaggio più umano del romanzo: «Un uomo buono, che quando ha perso ciò che amava di più ha abbandonato ogni questione morale e ha lasciato uscire la parte feroce che sta dentro ogni essere umano».
Nella ricerca della verità, sarà proprio il Ninja a rivelarsi il più valido collaboratore di Noemi, antieroina femminista ribattezzata “Kaguya”, dal nome della giovane che – secondo una vecchia leggenda giapponese – rifiutò la corte dell’imperatore, assurgendo a simbolo di indipendenza e di libertà.
Tra le strade di Roma si dipana un noir avvincente, che spazia dalla violenza di genere alle dinamiche della comunicazione, tocca i grandi temi della giustizia, della verità e del mistero dell’animo umano, giunge infine alla domanda delle cento pistole su quale sia il confine tra il bene e il male.
Sorretta da una scrittura scorrevole, la descrizione di posti e situazioni è minuziosa, l’attenzione per i dettagli maniacale, la suspense e l’adrenalina contagiose fino all’ultima pagina. Arrivato alla quale il lettore non può che esprimere il desiderio che Kaguya apra un ciclo, per continuare a ricercare i pensieri di Noemi “affondati nei sampietrini” o per seguirla mentre percorre in motorino le strade della capitale, “affamata di aria in faccia”.

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Volevo essere un duro, o del diritto ad essere nessuno

«Ma l’impresa eccezionale, dammi retta/ è essere normale». Quasi cinquant’anni fa Lucio Dalla inseriva in “Disperato erotico stomp” due versi destinati ad entrare nell’immaginario collettivo. Una frase da tirare fuori dal taschino al bisogno, come la mentina per sedare la tosse. Dalla era un genio, e il genio riesce ad esprimere con poche parole una filosofia.
Essere normale era ed è, ancor più oggi, l’unica rivoluzione possibile. Una forma di difesa personale contro il pensiero dominante che non contempla sconfitte e fragilità: invincibili, primi in tutto, sicuri di sé. O il migliore, o da scartare. Con tutto il corollario di frustrazioni che consegue quando ci si accorge che non tutti possono essere numeri uno, che la vita reale è molto diversa da ciò che – ad esempio – si posta sui social per soddisfare l’esigenza puramente onanistica di mostrarsi felici e vincenti.
Lucio Corsi, secondo classificato e premio della critica al festival di Sanremo, rivendica il diritto ad essere una persona normale. Il diritto, anzi, ad essere nessuno: ad essere semplicemente Lucio. Lo fa con un romanzo di formazione concentrato in poche strofe, spiazzanti come la sua presenza nella patinata e istituzionale ribalta del palco dell’Ariston. Dove arriva a piedi prima di indossare il vestito già utilizzato nei suoi concerti, dentro le spalline due pacchetti di patatine per dare volume. Un folletto del bosco, un cartone animato uscito da Toy Story, con tanto di “Andy” scritto sotto la suola.
Chi non avrebbe voluto essere il re di Porta Portese o una medaglia d’oro di sputo? È legittimo coltivare le proprie ambizioni e inseguire il sogno della vita. A patto che l’aspirazione non si trasformi in incubo, in catene che immobilizzano impedendo di andare avanti. Perché, prima o poi, arriva il momento in cui è necessario fare i conti con la vita vera, che spesso è molto distante da quanto immaginato e desiderato.
Ciò non significa che il tempo speso sia stato tempo perso. Piuttosto, è il tempo che ci “ha lasciato indietro”. Probabilmente perché non c’erano le condizioni: bisogna soltanto prenderne atto, accettare la sconfitta come una possibilità, peraltro utilissima nel percorso di crescita personale. Il fallimento aiuta a comprendere che “le lune senza buche sono fregature”, ma l’importante è non arrendersi: ci saranno altre strade da percorrere e nuove avventure nelle quali lanciarsi. Anche per una “cintura bianca di Judo”.
La chiave della felicità sta nell’accettarsi per quello che si è, con limiti e imperfezioni: senza – sottolinea Corsi – fuggire dalle proprie paure. Nel fare insomma pace con la realtà per riuscire finalmente a trovare, sgravati da ogni ansia da prestazione, il proprio posto nel mondo.

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Giornata mondiale del malato

In occasione della XXXIII Giornata mondiale del malato, i volontari dell’Agape si sono recati presso la residenza sanitaria per anziani “Mons. Prof. Antonino Messina”, accompagnati dal diacono Vince Cutrì che ha guidato il Rosario – animato anche dalle operatrici della RSA e da alcuni alunni della scuola secondaria di primo grado – e benedetto il dono consegnato alla struttura dalla presidente Iole Luppino: una statuetta della Madonna di Lourdes nella grotta di Massabielle.
«Cari malati, cari fratelli e sorelle che prestate la vostra assistenza ai sofferenti – si legge nel messaggio di Papa Francesco –, in questo Giubileo voi avete più che mai un ruolo speciale. Il vostro camminare insieme, infatti, è un segno per tutti, “un inno alla dignità umana, un canto di speranza”, la cui voce va ben oltre le stanze e i letti dei luoghi di cura in cui vi trovate, stimolando e incoraggiando nella carità “la coralità della società intera”, in una armonia a volte difficile da realizzare, ma proprio per questo dolcissima e forte, capace di portare luce e calore là dove più ce n’è bisogno».
Non è facile trovare consolazione di fronte alla malattia e all’incontro che si intuisce non lontano con il grande mistero della morte. Eppure i luoghi in cui si soffre sono quelli che toccano le corde più intime dell’animo, capovolgendo la scala dei valori, riportando tutti all’essenzialità della vita e alla sua semplicità: fatta di amore, attenzione, condivisione. Finendo così per trasformare in un momento di crescita l’intensità con cui molti fra gli ospiti della struttura hanno recitato il Rosario, partecipato all’esecuzione di alcuni canti e accolto con emozione la sacra effigie.
Alla visita nella RSA è seguita la santa messa officiata dal parroco don Marco Larosa nella chiesa di Sant’Eufemia, nel corso della quale Iole Luppino ha letto la preghiera predisposta dall’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI. La celebrazione è stata come ogni anno dedicata ai volontari dell’Agape deceduti, il cui ricordo è un potente incentivo per continuare ad operare con umiltà nella comunità eufemiese.

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Redemption Song

Oggi Bob Marley avrebbe compiuto ottant’anni. Come molti miti ci ha lasciati ancora giovane, a trentasei anni nel 1981. D’altronde, si sa, “gli eroi son tutti giovani e belli” (La locomotiva, Francesco Guccini). C’è stato un momento preciso nel quale le sue parole mi hanno aiutato a sperare, facendomi sentire libero anche quando libero non ero, in un afoso pomeriggio di fine luglio. Tra gente impegnata a riempire in qualche modo giornate sempre uguali.

«Riusciamo finalmente ad organizzare una partita di calcio, nel cortile grande. Mi sembra di essere tornato ragazzino, quando davo calci al pallone ovunque: in piazza, nei cortili, in pineta, per strada. Giochiamo cinque contro cinque, le porte sono dipinte sul muro. Come nel film “Ragazzi fuori”, di Marco Risi.
Le squadre sono multietniche. I ragazzi di colore, nigeriani, sono strutturalmente piazzati bene: alti, grossi e palestratissimi. Tutti i giorni dedicano qualche ora agli esercizi fisici nelle “palestre” improvvisate in cella. Tre giocano nella mia squadra. Domenique somiglia al giocatore del Milan, Kessie. Patrick a fine partita mi chiede l’età e pompa il mio ego osservando che gioco proprio bene. Piccole soddisfazioni. Con Luky ogni tanto facciamo anche una partita a scopone nella saletta.
Quasi tutti i giorni i detenuti nigeriani intonano qualche pezzo di Bob Marley mentre giocano a carte. Durante un’esecuzione sono intervenuto per sostenere che, secondo me, la più bella canzone del mito giamaicano è “Redemption Song”. La canto insieme a Luky: “Won’t you help to sing/ these songs of freedom/ ’cause all I ever have/ redemption songs”.
Chissà quando arriverà per me il canto della liberazione».
(Luglio 2020)

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Sette mesi in cella per errore. Lo Stato risarcisce Forgione

Articolo di Simona Musco (Il Dubbio, 25 gennaio 2025)
Ha trascorso sette mesi in carcere ingiustamente, a causa di uno scambio di persona che poteva essere chiarito con una semplice perizia fonica, che ha chiesto sin dal primo momento. E cinque anni dopo, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha risarcito Domenico Forgione, storico calabrese, giornalista e autore di diversi saggi, accusato ingiustamente di associazione mafiosa.
Forgione era finito agli arresti il 25 febbraio 2020, giorno in cui in cui gli abitanti di Sant’Eufemia d’Aspromonte, poco meno di 4mila anime in provincia di Reggio Calabria, hanno visto portar via in manette il sindaco, il vicesindaco, il presidente del consiglio comunale e lui, consigliere di minoranza. Forgione si è però sempre dichiarato estraneo ad ogni accusa, fornendo prove e documenti della sua innocenza. La sua posizione si trovava in sole 17 pagine su 4mila, in un’intercettazione tra tre soggetti, uno dei quali è tale “Dominique”. Lui, nato in Australia, tra gli affetti più cari è conosciuto proprio con questo nomignolo. Ma l’uomo intercettato non era lui.
Da qui la richiesta immediata di una perizia fonica, mai concessa causa covid. La difesa, allora, ne produce una propria, comparando l’interrogatorio di garanzia con l’audio dell’intercettazione. E il risultato è scontato: la voce non è la sua. Ma non solo: il giorno in cui “Dominique” viene intercettato, infatti, Forgione è a giocare una partita di calcetto. E non ci sarebbe il tempo materiale per arrivare al ristorante dove i tre conversanti si trovano. La perizia arriva solo a settembre, usando lo stesso metodo utilizzato dalla difesa. E il risultato è identico: la voce non è la sua. Così, sette mesi dopo, Forgione esce dal carcere e la sua posizione, dopo poco, viene archiviata. Sebbene sarebbe bastato poco per evitare un trauma inutile.
La Corte d’Appello di Reggio Calabria, il 23 dicembre scorso, ha dunque accolto la richiesta di risarcimento presentata dall’avvocato Pasquale Condello, riconoscendo il danno subito a causa della ingiusta custodia cautelare nell’ambito dell’operazione “Eyphemos”. «Ad avviso della Corte – si legge nell’ordinanza -. non sono rinvenibili nella condotta del ricorrente profili di colpa grave ostativi al riconoscimento dell’indennizzo». Forgione, infatti, sia in sede di interrogatorio di garanzia che durante l’interrogatorio del 14 dicembre 2020 davanti al pm, chiesto dallo stesso Forgione dopo la chiusura delle indagini, «ha sempre professato la propria estraneità agli addebiti contestati, affermando di non essere lui il “Dominique” dialogante nelle conversazioni captate, fornendo specifiche spiegazioni in ordine alle condotte contestate e respingendo con fermezza gli addebiti mossi nei suoi confronti». Inoltre, a sostegno della propria versione, «aveva prodotto documentazione probatoria e adottato sin da subito un comportamento collaborativo».
Quanto al pregiudizio subito, la Corte ha adeguato la somma liquidata con una maggiorazione per «le sofferenze morali patite a causa della diffusione mediatica dell’arresto». A ciò si aggiunge «il maggior patimento che è disceso a Forgione dall’aver sin da subito professato la propria estraneità ai fatti e dall’essersi adoperato in tal senso, anche attraverso la sua difesa». Un aumento motivato anche dal “disturbo d’ansia con stress psicofisico e deflessione dell’umore” sviluppato a seguito dell’arresto.
Infine, la Corte ha riconosciuto anche il danno all’immagine conseguente allo “strepitus fori”, data la diffusione mediatica della notizia del suo arresto. «Nella valutazione di detto pregiudizio, infatti, non potrà non considerarsi la gravità dell’ipotesi delittuosa prospettata a carico del ricorrente e l’attività di giornalista pubblicista esercitata dallo stesso – si legge -. È evidente, pertanto, la maggiore propagazione mediatica della notizia derivata dalla notorietà del personaggio, necessariamente e intrinsecamente connessa alla “visibilità” e “popolarità” che caratterizza il ruolo di giornalista esercitato da Forgione e la relativa categoria professionale di appartenenza».
«Il cratere aperto dalla bomba che mi è esplosa dentro il 25 febbraio 2020 non si chiuderà mai – commenta al Dubbio Forgione -. Prendo atto dell’accoglimento dell’istanza, ma non posso nascondere che si è rotto qualcosa a livello sentimentale nei confronti di uno Stato che, pur avendo riconosciuto l’errore, è stato ed è capace di una violenza cieca nei confronti dei suoi cittadini. Ho toccato con mano e l’unico aspetto positivo della mia vicenda sta proprio nella consapevolezza della necessità di denunciare una giustizia che spesso si rivela ingiusta, con il corollario di un trattamento penitenziario disumano. Ma delle condizioni carcerarie, della barbarie della carcerazione preventiva, degli abusi delle misure di prevenzione, realmente non importa quasi a nessuno. L’Italia non sarà mai un Paese normale fino a quando ci sarà questa destra, capace solo di introdurre nuovi reati e di proporre la costruzione di nuove prigioni per risolvere il problema del sovraffollamento carcerario, e questa sinistra ipocrita, pronta a cavalcare l’onda giustizialista per qualche misero voto in più».

Sito originale: Il Dubbio (Sette mesi in cella per errore. Lo Stato risarcisce Forgione)

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Il calendario del Dado Galeotto

Dado Galeotto è il protagonista del calendario da tavolo di Ristretti Orizzonti, appuntamento ormai tradizionale per chi si occupa di tematiche carcerarie. Ristretti Orizzonti è un bimestrale che racconta la vita del carcere, scritto da persone detenute e edito dall’associazione Granello di Senape di Padova. L’associazione è attiva nella promozione di percorsi di reinserimento dei detenuti, fedele al significato della parabola biblica: il più piccolo dei semi diventa una pianta sui cui rami gli uccelli si posano. Attività portata avanti anche da AltraCittà, cooperativa padovana nella quale sono occupati una quarantina di ex detenuti: lavoro per conto terzi, legatoria e cartotecnica artigianale, rilegatura e restauro libri, servizi archivistici, gestione biblioteche, digitalizzazione.
Alla rivista si affianca il progetto “A scuola di libertà”, grazie al quale ogni anno circa 5.000 studenti entrano in carcere e i detenuti nelle scuole, alla ricerca di un dialogo necessario per comprendere che le persone non sono il reato commesso e che il superamento dello stigma può dare buoni risultati nella prevenzione dei reati.
Nella cooperativa AltraCittà lavorava come grafico il freelance Graziano Scialpi, entrato in carcere nel 1996 e morto nel 2010 per un tumore al polmone diagnosticato con molto ritardo, dopo una serie di rifiuti alle richieste di essere sottoposto a visita medica: si sa, chi in carcere dice di stare male è soltanto un simulatore.
Redattore di Ristretti Orizzonti e “disegnatore per caso”, Scialpi è stato il creatore di Dado. Le sue vignette avvalorano le celebri parole di Dostoevskij («La tragedia e la satira sono sorelle e vanno di pari passo; tutte e due prese insieme si chiamano verità») e raccontano il carcere con l’arma dell’ironia, facendo ridere e riflettere su tematiche gravi e ataviche: sovraffollamento, autolesionismo, benefici, recidiva, rieducazione e reinserimento sociale.
Nel 2008 Scialpi ribadiva la necessità di «Fare in modo che il carcere, se ci deve essere, abbia un senso. Perché, così come è ora, il carcere genera esso stesso vittime, ed è da questo dato di fatto che bisogna partire». Diciassette anni dopo, il carcere in Italia non è cambiato di molto. Il dossier “Morire di carcere”, aggiornato quotidianamente da Ristretti Orizzonti, dimostra che il 2024 è stato l’anno peggiore, con 90 suicidi e 156 detenuti morti per “altre cause” (malattia, overdose, omicidio, cause “da accertare”). E l’inizio del 2025, con già 19 decessi registrati in totale, non sembra affatto indicare un’inversione di tendenza.
Chi entra in carcere si scontra con una realtà che stride con il dettato costituzionale. Il calendario accende i riflettori, sensibilizza: «Il Dado Galeotto – ha dichiarato Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti e responsabile del volontariato nazionale nelle carceri – ci ricorda che le condizioni del carcere non migliorano. I numeri del sovraffollamento e dei suicidi crescono drammaticamente. Questo calendario è uno strumento di denuncia e speranza».

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Il nuovo logo dell’Agape

Per l’anno appena iniziato, l’Associazione di volontariato cristiano “Agape” non ha soltanto voluto regalarsi un nuovo logo, realizzato con la sua riconosciuta maestria da Gresy Luppino. La nuova veste impegna i volontari ad un impegno ulteriore rispetto a quanto è stato ben fatto da chi c’è stato e da chi ancora c’è, dopo oltre trent’anni di attività al servizio della comunità eufemiese.
Sono volontario dell’Agape da 27 anni, l’associazione è parte importante della mia vita. Siamo cresciuti insieme, insieme abbiamo affrontato e superato le difficoltà che si sono nel tempo presentate. Ricordo riunioni in tre, o visite effettuate in due, senza per questo avere mai pensato di mollare. Vedere che in questo ultimo anno ci sono stati nuovi ingressi, non può che fare piacere.
Abbiamo sempre sentito la responsabilità e l’onore di fare qualcosa che va oltre le nostre stesse persone. Quando c’è da fare una cosa, va fatta e basta. La molla è sempre quella. Perché i campi di intervento sono tanti, ma i modi per farci fronte spesso sono più a portata di mano di quanto possa sembrare. Serve solo capacità d’ascolto e buona volontà.
Spesso ci rendiamo conto che basta poco, che l’attenzione è davvero ciò di cui c’è bisogno. Ma non si può leggere una comunità restando chiusi in casa. Nelle case – piuttosto – occorre entrarci. Per un volontario è questo il più grande motivo di orgoglio. Senza la fiducia dell’altro, senza una solida credibilità, non si entra da nessuna parte; e non si dura trent’anni e passa.
Non è stata una decisione presa a cuor leggero. Al vecchio logo, molto bello e realizzato da Sarino Surace, eravamo parecchio affezionati. Inciso su una croce di legno, ci ha accompagnato in tutti questi anni ovunque. Mi piace ricordare, tra i tanti momenti, quelli per me più significativi: il pellegrinaggio a Lourdes nel 2011 e il Giubileo degli ammalati e delle persone disabili nel 2016.
Però era necessario cambiare. I motivi li ha spiegati bene Gresy nel post di presentazione del logo: «Nell’era del cambiamento e della crescente globalizzazione avevamo bisogno di una nuova rappresentazione visuale che comunicasse, specie a chi ancora non ci conosce o ci conosce poco, chi siamo e cosa facciamo. […] abbiamo voluto che il cuore simbolo per eccellenza dell’amore, sede dei sentimenti e delle emozioni, rappresentasse la nostra nuova identità. A rafforzare il concetto una mano che è segno invece, di azione, fiducia e sicurezza».
Al logo è seguita la creazione delle pagine Facebook e Instagram, che nella nostra idea dovranno diventare non soltanto lo strumento di diffusione delle attività dell’Agape, ma anche una sorta di finestra sul mondo del volontariato nel suo complesso e sulle tante “buone azioni” che si registrano un po’ ovunque, anche se fanno meno notizia rispetto al brutto che ci circonda.

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