Quindici anni di messaggi nella bottiglia

Quindici anni sono voci e volti, chi c’era e chi non c’è più, le parole dette e rimangiate, quelle non dette e sotterrate. Sono conferme e mutamenti, personali e generali. Chiudo gli occhi, li riapro e sono qua. A sopravvivere allo stordimento del vortice della vita che scorre inarrestabile. Con più rughe e capelli bianchi, con qualche ferita, in questo presente destinato a diventare passato come il 24 marzo 2010, quando il blog “Messaggi nella bottiglia” emise il primo vagito: “Minita”. Il nome con il quale mi presentavo da bambino, in Australia, non riuscendo ancora pronunciare bene “Domenic” (e a questo punto, il sublime Totò esclamerebbe: «Hai aperto la parente? Chiudila»).
Da quasi novecento articoli sono passate alcune esperienze personali e la vita degli altri, vista o ascoltata. Inseguita per soddisfare la curiosità nei confronti di ciò che si muove nella società, per imparare qualcosa da avvenimenti e persone scavando sotto la crosta di apparenze spesso fuorvianti. Non esiste una verità assoluta, ma tante verità. Buono/cattivo e giusto/sbagliato sono contrapposizioni tanto semplificatrici quanto insufficienti, poiché il manicheismo non ci tira fuori dal mischione intricato della realtà. Occorre piuttosto guardare i colori “da dietro”, come Antonio Albanese in un celebre monologo. Provare altri punti di osservazione, porsi interrogativi capaci di aprire a prospettive non previste che possono rivelarsi reali, in grado di mandare gambe all’aria incrollabili certezze.
“Messaggi nella bottiglia” è un diario personale, post-it su libri letti, canzoni ascoltate e film visti. È cronaca locale e globale. È un baule di ricordi, riempito da storie vissute o tramandate nel tempo. Ma è principalmente uno spazio di libertà assoluta, che non risponde a nessuno di contenuti e considerazioni dettati esclusivamente da interessi e gusti personali. Nella consapevolezza, comunque, che scrivere comporta sempre un’assunzione di responsabilità.
Il blog mi ha dato la possibilità di coltivare la passione per la storia, di scrivere di fatti e personaggi finiti nelle pagine dei libri che ho dedicato a Sant’Eufemia d’Aspromonte. Consentendomi così di fare opera di memoria attraverso la scoperta o la riscoperta di vicende minime che si incastrano come tessere del mosaico della storia grande.
Quindici anni fa il primo post, nel considerare come potesse risultare utile affidare alle onde virtuali della rete un messaggio dentro la bottiglia, si concludeva con la citazione del titolo di un libro di Leonardo Sciascia: “A futura memoria”. Pubblicata nel 1989, la raccolta di articoli scritti dal maestro di Racalmuto recava come sottotitolo “se la memoria ha un futuro”. Una preoccupazione – si parva licet – che di certo non è estranea a chi, concentrandosi sulla dimensione locale degli avvenimenti, svolge attività che si prefiggono di mantenere vivo il senso di appartenenza alla propria comunità.

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